«Non riesco a trovare camerieri per il mio locale». «Non posso tenere il bar aperto anche nel fine settimana, sono a corto di personale». «In cucina non ci vuole venire a lavorare più nessuno». L’estate 2022, oltre che per le hit musicali più ascoltate sotto l’ombrellone, sarà ricordata per le frasi-tormentone che ristoratori, albergatori e titolari di esercizi commerciali hanno ripetuto come una cantilena stanca.

Carenza di manodopera in Italia

Più posti di lavoro che candidati disposti ad accettare l’impiego: questo il paradosso attuale di un Paese che, malgrado una percentuale di crescita del numero degli occupati che mancava dal 1977, guardando i numeri in valori assoluti continua a registrare comunque un tasso di disoccupazione pari all’ 8,1%. Ma i dati dicono anche altro: e cioè che le aziende, quando possono assumere, sono sempre più in difficoltà a trovare sul mercato i candidati di cui hanno bisogno.

Insomma, il cosiddetto “labor shortage” è ormai un’emergenza a tutti gli effetti. Basti pensare che tre anni fa, epoca pre-Covid, il differenziale tra gli impieghi disponibili e il mancato reperimento si attestava al 25,6%: oggi è balzato al 39,2, con 219 mila vacancies su 560 mila entrate al lavoro. E la carenza di manodopera non riguarda solo i settori più qualificati: la vera anomalia, infatti, è che in un mondo che si evolve a velocità supersonica costringendo il mercato del lavoro a inseguire nuove skill sempre più tech oriented, alla base della piramide occupazionale si è aperto un vuoto non meno difficile da colmare: quello degli addetti agli impieghi “meno qualificati”. Costruzioni (30,7% di vacancies), attività commerciali e di servizio (24,5%) sono infatti i comparti dove il labor shortage è aumentato di più rispetto al 2019.

The Great Resignation cos’è?

Ma cosa c’è dietro questo fenomeno che, per certi versi, pare fare il paio con la Great Resignation materializzatasi lo scorso anno Oltreoceano, in termini di abbandono in massa del posto di lavoro ritenuto non soddisfacente, da parte di almeno una decina di milioni di americani? In America si sono scomodati sociologi, accademici e guru di ogni sorta per investigare tra le pieghe di questa forma collettiva di repulsione al lavoro e di conseguente addio all’impiego che tutti poi ovviamente – e figuriamoci! – raccontano nei minimi dettagli sui social network, su TikTok e dintorni.

Ed ecco che sono stati coniati termini per nuove strabilianti correnti filosofiche – tipo la Yolo, You Only Live Once – roba da far impallidire persino le vecchie culture hippies che tanto hanno alimentato per decenni il Grande sogno americano. Ma tant’è: l’Italia sembra ancora un po’ lontana da queste estremizzazioni.

Reddito di cittadinanza, sempre meglio che lavorare

Da noi, la faccenda pare molto più semplice. Nessuna filosofia new age ma (in linea con il sogno sempreverde degli italiani eterni insoddisfatti e cioè vincere al Superenalotto per «mollare tutto e aprire un chiringuito ai Caraibi») al contrario, un approccio molto più prosaico: secondo la vulgata pare che molti preferiscano percepire il reddito di cittadinanza anziché lavorare.

L’antica assuefazione all’assistenzialismo tutta italiano che dura a morire, in sostanza. Ma è davvero così? Forse, o forse no. E per una volta, val la pena sentire anche l’opinione di chi, invece che sui vizi ancestrali degli italiani, punta il dito sulla «scarsa attrattività delle aziende che offrono lavoro».

Pasquale Abiuso

Forse c’è chi non lavora solo per lo stipendio

«Il mercato del lavoro sta cambiando velocemente, come ogni altro mercato. Molti imprenditori non riescono a essere in linea con queste trasformazioni e continuano a seguire un approccio old style, con annunci redatti pensando alla retribuzione come il criterio di valutazione principale per chi cerca lavoro», questa, ad esempio, è l’opinione di Pasquale Abiuso, esperto di strategie di gestione aziendale.

Per Abiuso, che è anche Presidente di Banca di Credito Cooperativo di Gambatesa (Campobasso) e Vicepresidente delle Banche di Credito Cooperativo di Abruzzo-Molise, «le aziende trascurano le altre esigenze dei lavoratori» e la conferma starebbe in una recente ricerca (la Employer brand research 2022 di Randstad) secondo la quale per gli italiani in cerca di impiego “la retribuzione e i benefit non sono i driver più importanti nella scelta ma sono solo al terzo posto”. «Inoltre – aggiunge l’esperto – soprattutto nel settore ho.re.ca., gli imprenditori tendono a considerare la forza lavoro come un numero, cercano risorse per colmare un “vuoto” temporaneo. Il focus deve invece spostarsi sul valore reale percepito dal candidato, al di là del fattore economico».

La formazione come valore aggiunto nell’offerta di lavoro

A questo punto, ammesso che il problema stia davvero nell’approccio al recruiting dal lato domanda del lavoro, come si fa a rendere più attrattiva un’opportunità lavorativa e riuscire a trovare così la risorsa giusta? La soluzione secondo Pasquale Abiuso potrebbe essere quella di offrire ai candidati un percorso di formazione per aumentare le loro skills, anche in caso di lavoro stagionale.

«Una proposta è ritenuta più qualificante se prevede la possibilità di imparare – spiega – in un clima di incertezza, sapere di poter acquisire nuove competenze, spendibili anche altrove, è un elemento cruciale di scelta perché permette di pensare concretamente ad un piano di carriera. Oggi, nell’annuncio di ricerca, la possibilità di essere affiancati da tutor in un percorso formativo diventa un plus da mettere ben in evidenza».

È il capitale umano che crea il capitale economico

La stessa ricerca Employer brand research 2022 di Randstad, in effetti, testimonia che la crescita professionale è ritenuta “molto importante” per il 65% dei lavoratori dipendenti, percentuale che sale al 75% per coloro che hanno meno di 35 anni. «Nella mia esperienza come consulente esperto di strategie di gestione aziendale ho riscontrato la necessità di aumentare la consapevolezza nei titolari del loro ruolo diretto nel determinare l’attrattività di un’azienda e aumentare così la soddisfazione dei lavoratori» aggiunge Abiuso.

«Un’impresa è veramente sana solo quando il clima aziendale è stimolante – conclude l’esperto – tutti noi, per esempio, vogliamo essere apprezzati nel nostro lavoro, qualunque esso sia. Ci piace essere sorpresi da apprezzamenti pubblici dai nostri responsabili, elogiati per qualcosa che abbiamo fatto bene. Questo ci motiva e ci porta a migliorare, compensando anche gli aspetti meno performanti del nostro ruolo. Migliorare è un modo per meritarci un nuovo apprezzamento. È importante ricordarsi sempre che è il capitale umano a creare il capitale economico».