La corsa dei carburanti cambia direzione, almeno per una parte della rete distributiva italiana. Dopo Eni, anche Ip decide di intervenire sui prezzi e aderisce all’appello del governo per introdurre un tetto temporaneo ai listini. L’operazione parte già da oggi (28 settembre) e, nelle intenzioni del gruppo, dovrebbe estendersi progressivamente alla propria rete di 4.575 stazioni di servizio, coinvolgendo anche partner e gestori convenzionati. Sullo sfondo, però, resta una domanda tutt’altro che secondaria per il mercato: quanto è sostenibile per l’intera filiera un prezzo calmierato deciso dai grandi operatori e quali effetti può produrre sulla concorrenza?
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La questione arriva in un momento particolarmente delicato per automobilisti e imprese. I prezzi medi rilevati ieri sulle strade italiane erano pari a 2,159 euro al litro per la benzina e 2,377 euro per il gasolio, ma in alcune aree il conto alla pompa è già salito sensibilmente oltre questi livelli. Sul Grande raccordo anulare di Roma, per esempio, il diesel ha raggiunto 2,749 euro al litro, mentre la benzina è arrivata a 2,529 euro. Ancora più elevato il prezzo del diesel premium Perform, che nel servizio ha toccato 2,999 euro al litro: praticamente tre euro.
Eni apre la strada: benzina a 1,99 euro, diesel a 2,19
La prima a muoversi è stata Eni, con un intervento destinato a durare 30 giorni. A partire da oggi i prezzi self delle stazioni Enilive vengono fissati a 1,99 euro al litro per la benzina e a 2,19 euro per il diesel. Il confronto con le quotazioni medie nazionali fotografa immediatamente la portata dell’operazione: il prezzo della verde viene ridotto di quasi 17 centesimi rispetto ai 2,159 euro medi registrati ieri, mentre sul gasolio il differenziale arriva a circa 19 centesimi rispetto ai 2,377 euro della media nazionale.
Il prezzo servito rimane invece più elevato, perché incorpora il costo della prestazione dell’operatore. È un dettaglio tutt’altro che marginale in una rete distributiva nella quale il rapporto tra prezzi self e servito continua a incidere direttamente sulla convenienza per il consumatore e, soprattutto, sulla redditività dei singoli impianti.
Per Eni l’impatto economico dell’iniziativa può essere significativo. Secondo le stime riportate nel materiale, uno sconto di 17 centesimi al litro potrebbe tradursi per il gruppo in circa 100 milioni di euro di ricavi in meno nell’arco di un mese, anche se la cifra finale dipenderà dai volumi effettivamente venduti. È qui che il provvedimento assume una dimensione industriale: non si tratta soltanto di una misura destinata a ridurre il conto pagato dagli automobilisti, ma di una scelta commerciale che comporta un costo rilevante per l’operatore che la applica.
Ip entra nel mercato dello sconto: 4.575 impianti coinvolti
La seconda mossa arriva da Ip, che decide di seguire la strada tracciata da Eni. Il gruppo, che fa capo al colosso azero, ha annunciato l’avvio immediato di tariffe calmierate per un mese nei propri distributori di proprietà, con l’obiettivo di estendere progressivamente l’iniziativa alle 4.575 stazioni a marchio Ip presenti sul territorio nazionale.
La formula scelta non prevede però necessariamente un unico prezzo valido indistintamente per tutta la rete. L’azienda ha spiegato che i listini saranno stabiliti tenendo conto delle diverse condizioni operative e della necessità di garantire la sostenibilità economica della rete, composta da migliaia di operatori. Il gruppo sta inoltre valutando la possibilità di allargare l’intervento alle stazioni a insegna Esso e agli altri gestori che acquistano carburante da Ip per distribuirlo attraverso i propri marchi, quella che nel settore viene definita extrarete.
Il tema è particolarmente sensibile perché l’intervento nasce dall’iniziativa di grandi operatori che insieme controllano una quota significativa della rete. L’operazione, va sottolineato, è stata presentata come volontaria e temporanea, ma la sua diffusione può modificare le condizioni competitive tra operatori con strutture di costo e dimensioni molto diverse. Un prezzo deciso dal grande gruppo può essere assorbito attraverso economie di scala, disponibilità finanziaria e volumi di vendita che non necessariamente sono replicabili da una pompa indipendente. In tal senso, a farne le spese sono gli operatori più piccoli.
Il nodo della rete: 21.750 distributori e un mercato frammentato
La rete italiana conta complessivamente 21.750 stazioni di servizio. Le grandi compagnie hanno una presenza consistente, ma il mercato resta tutt’altro che concentrato esclusivamente nelle mani dei principali marchi. Eni, Ip, Q8 e Tamoil rappresentano complessivamente il 58,39% della rete, mentre il 13,69%, pari a 2.977 impianti, è costituito da distributori no logo. Il resto è distribuito tra altri operatori e realtà indipendenti.
È proprio questa articolazione a rendere complesso il tentativo di applicare una riduzione generalizzata dei prezzi. Per un grande gruppo, la scelta di comprimere temporaneamente il margine può essere sostenibile come intervento commerciale e reputazionale. Per un piccolo petrolifero o per un gestore indipendente, la stessa decisione può invece trasformarsi in una questione di sopravvivenza economica.
Assopetroli ha già messo in evidenza questo rischio. Secondo il segretario generale Sebastiano Gallitelli, le condizioni applicate dai grandi operatori non sarebbero praticabili per gli operatori indipendenti e l’iniziativa potrebbe produrre effetti di distorsione lungo la filiera. La questione è destinata a essere discussa dal comitato di presidenza dell’associazione, che valuterà anche eventuali iniziative a tutela degli operatori.
Il problema, dunque, non è soltanto il prezzo finale alla pompa. È la distribuzione del costo dello sconto lungo la catena: compagnie petrolifere, proprietari degli impianti, gestori, distributori indipendenti e consumatori si trovano a sostenere parti diverse dell’impatto economico della misura.
Il governo punta sull’effetto domino, ma senza imporre un prezzo
L’esecutivo guarda all’iniziativa come a un possibile meccanismo di mercato. L’obiettivo dichiarato è ottenere un effetto domino, spingendo anche gli altri operatori ad adeguare i propri prezzi senza introdurre un’imposizione diretta.
Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito l’intervento un contributo volontario destinato ad aiutare i cittadini, sottolineando che non si tratta di un’imposizione dall’alto né di una nuova tassa per le imprese. È un’impostazione che punta dunque sulla disponibilità delle compagnie ad assorbire temporaneamente parte dell’aumento dei costi per contenere l’impatto sui consumatori.
Ma proprio la natura volontaria dell’intervento lascia aperta una questione: se i grandi marchi possono permettersi di ridurre i listini, cosa accade a chi non dispone della stessa capacità finanziaria? Il rischio denunciato dalle associazioni dei piccoli operatori è che il mercato finisca per premiare la dimensione e penalizzare ulteriormente le strutture indipendenti, in una fase nella quale i margini sono già sotto pressione.
La variabile logistica: il rischio delle code e delle stazioni a secco
C’è poi un altro effetto da monitorare: la domanda. Un prezzo significativamente più basso rispetto alla media nazionale può spostare rapidamente i consumi verso le stazioni che aderiscono all’iniziativa. Il precedente più evidente è quello del cosiddetto “scontone” del 2012, quando gli sconti praticati dalle compagnie produssero forti concentrazioni della domanda presso gli impianti più convenienti.
Il rischio è che davanti alle stazioni interessate dalle riduzioni si formino code e che, in presenza di una domanda eccezionalmente elevata, le scorte possano esaurirsi prima della fine della giornata. Eni ha assicurato che la propria infrastruttura logistica è progettata per gestire i picchi di domanda, pur senza poter escludere eventuali shock nel caso di variazioni estreme dei consumi.
La partita dell’Antitrust
Mentre i consumatori attendono di capire quanto effettivamente scenderanno i prezzi, il fronte più delicato riguarda la concorrenza. Assopetroli ha annunciato che il proprio comitato di presidenza discuterà gli effetti del tetto sui prezzi e non ha escluso iniziative di tutela.
Anche il Codacons, pur giudicando positivamente l’obiettivo di contenere i prezzi, ha chiesto maggiore trasparenza a Ip sull’entità effettiva della riduzione. Senza un’indicazione precisa del nuovo prezzo, secondo l’associazione dei consumatori, l’iniziativa rischia di essere percepita più come un’operazione promozionale che come una misura concretamente misurabile a beneficio degli automobilisti.
Un mese per capire se il mercato regge
La vera partita si giocherà dunque nelle prossime settimane. Da un lato ci sono milioni di automobilisti e imprese che devono fare i conti con carburanti arrivati a livelli molto elevati; dall’altro una filiera nella quale convivono grandi gruppi internazionali, compagnie integrate, piccoli petrolieri, gestori convenzionati e pompe indipendenti.
















