capitali esteri

E’ al momento uno spiraglio, che però fa ben sperare, la fotografia offerta dal recente report di Infocamere – la società per l’innovazione digitale delle Camere di Commercio – che osserva l’andamento della presenza delle società straniere nel capitale delle aziende italiane. Se nel 2017 erano 4.218 le aziende industriali italiane con presenza straniera, nel 2022 sono salite a 5.435 (+22%). E di queste ultime 4.043 sono quelle nelle quali un singolo azionista estero ha la maggioranza assoluta, in un trend incrementale costante al numero complessivo (+26%).

Numeri molto contenuti e significativamente depressi rispetto al vero potenziale di attrattività – commenta il mid-cap investor Giovanna Voltolina – che il nostro Paese ha rispetto al mondo, soprattutto se lo si osserva guardando alle PMI, che rappresentano il 90% del nostro sistema produttivo, nonché la vera risorsa ad elevatissimo potenziale, in grado di farci fare un enorme balzo in avanti a livello mondiale come economia”. Lo spiraglio, agli occhi dell’investor è quella piccola (in rapporto al complessivo) evoluzione per la quale aziende e venture capital stranieri stanno iniziando ad investire nelle nostre PMI. E non solo rilevandone la maggioranza, ma anche in cosiddetta modalità “expansion” ovvero con investimenti di minoranza in aumento di capitale finalizzati alla crescita dell’azienda.  Investimenti che se compresi e accolti dagli imprenditori rappresenterebbero un propellente eccezionale sia per la sua PMI che per l’economia tutta.

Chi ha paura dell’investitore straniero

Nella realtà il problema a questo sviluppo sono proprio gli imprenditori italiani – riflette l’esperta – ancora un po’ riottosi e sospettosi verso l’investitore, sia italiano che straniero, per il timore che l’azienda gli possa essere ‘scippata’. Vi è poi il tema generazionale – continua Voltolina – che vede i ‘vecchi’ capitani d’impresa non essere riusciti a costruirsi una solida successione e quindi un futuro per l’azienda; nonchè quello della burocrazia e delle politiche economiche stravolte e ad ogni cambio di Governo”.

In effetti se  si leggono i dati relativi al mercato italiano del private equity e venture capital relativi al primo semestre del 2023, elaborati da AIFI – Associazione Italiana del private Equity, Venture Capital e Provate Debt in collaborazione con PwC Italia,  si nota  come nei primi  6 mesi  si è registrata una raccolta sul mercato che arretra a 1.067 milion(-32% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), dei quali il 24% proviene da investitori individuali e family office e 23%  da fondi privati (23%) “Ma pochi in expansion(investimenti di minoranza in aumento di capitale finalizzati alla crescita dell’azienda), ovvero quella modalità che andrebbe sviluppata moltissimo, anche a livello di politica economica e finanziaria, perchè genera ricchezza, modernizzazione (in un panorama nostrano che vede alti tassi di obsolescenza tra le PMI, che – in rapporto al fatturato –  giustamente non possono permettersi grandi investimenti), possibilità di operare su mercati globali, con ricavi a ciò rapportati, quindi altissimi – continua Giovanna Voltolina –il tutto a beneficio del PIL e del benessere dell’economia italiana”.

In termini di valore calano gli investimenti

In effetti sempre secondo il report pubblicato da AIFI e PwC l’ammontare investito è calcolato a 3.189 milioni di euro, peraltro in forte in calo (-71%) rispetto al primo semestre del 2022, (eccezionalmente caratterizzato però da operazioni importanti a valore). Di questi il buyout (acquisizioni di maggioranza o totalitarie) cuba 2.215 milioni, disegnando una decrescita del -39% rispetto al periodo nell’anno precedente; il venture capital (investimenti in imprese nella prima fase di ciclo di vita, startup, ecc.) assomma 410 milioni (in calo del -7%). “Invece l’expansion – legge Giovanna Valtolina – ha generato 210 milioni, quindi poco, pochissimo – commenta la mid-cap investor – anche se in aumento del +13%. Uno spiraglio che per piccolo che sia indica invece con grande forza la strada su cui davvero bisogna investire, unitamente ad una cultura del lungo periodo, quella cioè in cui il passaggio generazionale non sia più, così come invece oggi è, il tramonto della PMI”.