L’aria condizionata domestica evita ogni anno negli Stati Uniti 5.267 morti per il caldo. È il numero che esce da uno studio pubblicato il 31 agosto su Nature Health dai ricercatori della Yale School of Public Health e della Yale School of the Environment, il primo su scala nazionale a misurare non quanti condizionatori esistono ma quanto vengono effettivamente accesi. La differenza non è accademica: fino a oggi la letteratura contava gli apparecchi installati, cioè presumeva che chi possiede un climatizzatore lo usi. Il gruppo guidato da Kai Chen e da Narasimha Rao ha invece stimato il consumo reale, incrociando quasi trenta milioni di certificati di morte registrati fra il 2010 e il 2020 in 3.108 contee degli Stati Uniti continentali con le temperature giornaliere e con i dati sui consumi delle famiglie.
Il risultato è che il condizionamento taglia di oltre la metà, il 57 per cento, la mortalità attribuibile al caldo. Senza di esso, secondo il modello, il bilancio annuale americano sarebbe più che raddoppiato. Ma il dato interessante è un altro, ed è la curva. Nelle contee che usano meno aria condizionata i giorni più caldi dell’anno portano con sé una probabilità di morte superiore del 2,2 per cento rispetto ai giorni miti. Dove l’uso raggiunge la mediana nazionale quell’eccesso scende allo 0,8 per cento, un valore così piccolo da non essere statisticamente significativo. Sopra la mediana, però, il progresso si ferma: raffreddare di più non salva nessuno in più. I benefici, scrivono gli autori, saturano.
È una constatazione che ha conseguenze pratiche pesanti, perché ribalta l’istinto di chi amministra. Il condizionamento in eccesso nei giorni di caldo moderato non produce salute, produce soltanto domanda elettrica, stress sulla rete ed emissioni: esattamente ciò che alimenta il problema che si vorrebbe curare. Ne discende che l’euro speso meglio non è quello che abbassa il termostato di chi già ce l’ha, ma quello che porta il raffrescamento dove ancora non c’è o non si può permettere. Negli Stati Uniti più di un quarto delle famiglie dichiara difficoltà a pagare le bollette energetiche, e Rao lo dice senza giri di parole: c’è chi accende il condizionatore e chi sceglie di sopportare il caldo per risparmiare sulla spesa alimentare.

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Il quadro sanitario spiega perché il tema stia salendo nell’agenda pubblica. Lo stress da calore è la prima causa di morte legata al meteo secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le alte temperature si scaricano su patologie cardiovascolari, respiratorie e renali, e gli ultimi tre anni sono stati i più caldi mai registrati. Un lavoro parallelo sulla Spagna ha stimato in circa un terzo la riduzione della mortalità da caldo attribuibile alla diffusione dei climatizzatori, un ordine di grandezza compatibile.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la lettura è meno immediata di quanto sembri. Il parco immobiliare, i tassi di penetrazione del condizionamento e la struttura demografica sono diversi, e trasferire il 57 per cento americano sul nostro caso sarebbe un abuso. Ma la logica del risultato viaggia bene: se il rendimento marginale del freddo si azzera oltre una certa soglia, allora la politica del caldo non è una politica dei gradi, è una politica dell’accesso. Rendere il raffrescamento sostenibile per chi non se lo può pagare, e insieme piantare alberi e togliere asfalto nelle città, vale più di qualsiasi grado in meno negli appartamenti che il freddo ce l’hanno già.