di Marco Gemelli
C’è un paradosso tutto italiano, quando si parla di caffè: la tazzina non è mai stata così centrale nelle nostre abitudini, ma il luogo in cui la beviamo sta cambiando rapidamente. Da una parte il caffè continua a essere uno dei simboli più riconoscibili dello stile di vita nazionale; dall’altra, il bar tradizionale – suo luogo d’elezione – attraversa una fase di profonda trasformazione. In occasione della Giornata Internazionale del Caffè, i numeri fotografano innanzitutto la dimensione di una filiera che resta strategica. Nel 2025 in Italia sono state prodotte 424.168 tonnellate di caffè tostato e solubile, facendo del nostro Paese il primo produttore di caffè tostato nell’Unione Europea. Il comparto conta circa 1.000 torrefazioni e 5,9 miliardi di euro di fatturato, mentre il consumo interno raggiunge 287.143 tonnellate, pari a 4,9 kg pro capite e a circa 812 tazzine di espresso all’anno per persona.
L’Italia, però, non coltiva praticamente caffè: importa 641.234 tonnellate di verde, circa due terzi Arabica e un terzo Robusta, e ne esporta quasi 280mila tonnellate tostato. Brasile e Vietnam rappresentano da soli il 57% dei volumi e il 54% del valore delle importazioni italiane di caffè verde. È dunque un sistema fortemente internazionale, nel quale la capacità italiana di trasformare e valorizzare la materia prima si accompagna a una crescente necessità di rendere più solida la parte agricola della filiera.
E qui entra in gioco l’Africa. Rappresentanti della filiera, istituzioni e Paesi produttori si sono incontrati a Roma, ospiti dell’Ambasciata della Repubblica Democratica Federale d’Etiopia, per discutere proprio del futuro del settore e dell’ACT Coffee Programme, iniziativa dell’Unione Europea e del Piano Mattei per l’Africa finanziata dalla Cooperazione italiana e realizzata da UNIDO. Il programma, con un budget di 15 milioni di euro, coinvolge nella prima fase Etiopia, Kenya, Malawi, Tanzania e Uganda e punta a rafforzare la resilienza climatica, aumentare il valore aggiunto nei Paesi d’origine, sviluppare competenze, favorire l’accesso alla finanza e costruire partnership tra istituzioni e settore privato. Tra gli strumenti ci sono anche i Coffee Training Centres, pensati come hub permanenti per formazione, innovazione, qualità, trasformazione e imprenditorialità. La strategia parte da una considerazione semplice: se il cambiamento climatico, le tensioni sull’offerta e la concentrazione geografica della produzione rendono fragile l’approvvigionamento mondiale, diversificare le aree produttive significa anche rendere più resiliente il sistema. E per l’Italia significa mettere a disposizione dei Paesi produttori know-how industriale, tecnologia e competenze sulla trasformazione, senza limitarsi al rapporto commerciale.
Ma mentre la filiera guarda alle proprie origini, il consumatore italiano sta cambiando il modo di vivere il caffè. Secondo l’indagine realizzata da Altroconsumo per il Comitato Italiano del Caffè di Unione Italiana Food, tre italiani su quattro bevono regolarmente caffè e il 49,5% lo considera uno degli elementi capaci di rappresentare meglio lo stile di vita e la cultura del Paese, praticamente alla pari con la pasta. Tra chi beve espresso, l’83% lo consuma ogni giorno. Il dato più interessante, però, riguarda la casa. Il 95% degli italiani beve abitualmente caffè tra le mura domestiche, mentre il bar resta un punto di riferimento per il 79%. Moka e capsule sono ormai quasi appaiate come modalità prevalenti di preparazione, rispettivamente con il 32,5% e il 31,2%; seguono cialde e macchine espresso con caffè in grani. Il supermercato rimane il principale canale d’acquisto, ma il 29% compra anche online. Una seconda indagine, realizzata da AstraRicerche per La Pavoni, racconta ancora meglio questa evoluzione: il 95,6% degli italiani tra 18 e 60 anni consuma caffè ogni giorno, mentre il 25,2% dichiara di aver aumentato negli ultimi tre anni il consumo domestico e il 28,4% di aver ridotto le occasioni al bar. Quasi la metà degli intervistati si riconosce inoltre, a diversi livelli, nella cultura dell’home barista e il 71,4% presta attenzione alla preparazione del caffè a casa.
Non significa, però, che il bar abbia perso la propria funzione. Per il 38,6% degli intervistati rappresenta soprattutto un luogo di incontro e la colazione fuori casa conserva una forte componente sociale. Casa e bar sembrano quindi rispondere a due esigenze diverse: la prima è sempre più associata a qualità, personalizzazione e ritualità individuale; il secondo rimane legato alla socialità e all’esperienza.
Il problema è che proprio il bar, nonostante la forza del rito che rappresenta, è la parte più fragile del sistema. Secondo i dati elaborati da Confesercenti sulle Camere di commercio, tra il 2019 e il 2025 le imprese del servizio bar sono passate da 169.839 a 145.766: oltre 24 mila attività in meno, il 14,2% del totale, pari a circa 11 chiusure al giorno. La contrazione è stata particolarmente forte nel Centro Italia, dove il numero dei bar è sceso del 20,8%. Secondo Confesercenti, la perdita ha prodotto un impoverimento dei territori superiore a 7,2 miliardi di euro considerando minori consumi, occupazione e gettito fiscale. A rendere ancora più complesso il quadro ci sono i prezzi. Nell’agosto 2026 un espresso al bar costava mediamente 1,29 euro, il 24,2% in più rispetto al 2021. Secondo l’analisi del Centro di formazione e ricerca sui consumi realizzata con Assoutenti, il rincaro riflette soprattutto l’aumento dei costi di gestione e dell’energia, oltre alle dinamiche della materia prima. Nello stesso tempo, nel 2026 le vendite di caffè in chicchi risultano in crescita del 33%, segnale ulteriore della ricerca di una maggiore qualità e di una preparazione domestica più evoluta. Così, mentre oggi si moltiplicano gli eventi dedicati al caffè – come quello da Ditta Artigianale a Firenze, realizzato da 3TEMP, brand di proprietà di Simonelli Group – alla vigilia della Giornata Internazionale del Caffè, l’espresso italiano si trova davanti a una trasformazione che va ben oltre la tazzina.
















