Le normative sulla certificazione della sostenibilità impongono alle aziende la raccolta di una grande mole di dati che sono difficilmente reperibili; e dal 2024 la Csrd (Corporate sustainability reporting directive) con i nuovi standard di rendicontazione aumenterà il carico di lavoro. Ma il problema non sono tanto le nuove normative, che rispondono all’imperativo categorico della decarbonizzazione, della tracciabilità, della trasparenza e della messa in sicurezza della catena del valore; ma sono piuttosto i sistemi gestionali, che non si sono ancora adattati alle novità e quindi richiedono l’inserimento manuale di una mole enorme di dati, un lavoro lungo e complesso. Parola di Veronica Bovo, Chief Sustainability Officer di Hind (Holding Industriale Spa), una holding che investe nel capitale di piccole e medie imprese del territorio italiano. HModa è la sub-holding più evoluta e matura della Holding e conta aziende operanti nel settore tessile-moda lusso, un comparto per il quale le normative di sostenibilità sono particolarmente importanti – il settore moda è il secondo più impattante al mondo, dopo l’oil & gas. In questa intervista a Economy, Bovo lamenta anche la mancanza di formazione in materia, incluse le competenze generali sulla sostenibilità: «i giovanissimi sanno di cosa si parla, a grandi linee, perché recentemente è stata inserita nei programmi di elementari e medie l’Agenda 2030. La generazione dai 20 ai 30 anni, nonostante sia sicuramente sensibilizzata su queste tematiche, se non ha modo di studiar direttamente la materia non possiede gli strumenti e le competenze per comprendere le tematiche Esg e le complesse interrelazioni con l’ecosistema Azienda».

Quanto pesa sull’azienda l’incombenza delle pratiche di certificazione della sostenibilità?

Una delle parti più dispendiose in termini di tempo e risorse è sicuramente la raccolta dei dati: quella riguardo alla sostenibilità è in assoluto la più vasta, con un gran numero di Kpi da soddisfare, molto più di quella finanziaria per fare un esempio. Poi dipende molto anche dalle dimensioni aziendali, e dal tipo di rendicontazione che si vuole fare. Oggi si seguono i Kpi della sostenibilità forniti dalla Gri (Global Reporting Initiative) ma a partire dalla rendicontazione dell’esercizio 2024 si dovrà passare agli standard ancora più complessi e impegnativi, gli Esrs (European Sustainability Reporting Standards) che le aziende soggette alla Csrd (Corporate Sustainability Reporting Directive) saranno obbligate ad utilizzare per il proprio bilancio di sostenibilità.

È davvero così impegnativo?

Già oggi ci lavoriamo nove mesi all’anno. Per i dati di sostenibilità credo che solo per l’attività di raccolta dei dati se ne vada almeno un 30-40% del tempo di lavoro. La raccolta dei dati è molto complessa perché parte dalle persone: dal genere all’età, da quanto sono state in azienda, al livello di inquadramento, alla nazionalità, al pendolarismo dei dipendenti, e altri. Inoltre c’è tutta la parte delle emissioni, sia quelle proprie dell’azienda che quelle per tutto ciò che l’azienda acquista, a partire dall’energia elettrica; e ancora tutte le emissioni che non sono direttamente proprie dell’azienda, ma su cui l’azienda ha una responsabilità perché derivano dalla propria catena di fornitura a monte e a valle, quindi la propria catena di valore. Tutte queste informazioni si chiamano emissioni scope 1, 2 e 3.

Cartacee?!

L’individuazione della documentazione a supporto e il controllo dei dati utilizzati sono fondamentali per assicurare che il processo di rendicontazione sia corretto, replicabile e veritiero. Che siano cartacee o in file pdf poco cambia, qualcuno deve guardarle una per una perché il punto è che quei dati non sono presenti in nessun software gestionale. Oggi sono nati dei gestionali che sono a supporto per gestire queste informazioni, ma qualcuno deve comunque inserire i dati. È una parte molto lunga e complessa; questi dati servono per tutto ciò che riguarda la sostenibilità, dal reporting, quindi il bilancio di sostenibilità, ai rating Esg, ai questionari dei brand; tutti i nostri stakeholder chiedono più o meno gli stessi dati. Abbiamo fatto sia il rating Esg di Cdp (Carbon disclosure project) sia il rating di Ecovadis, ma la base dati deve essere molto solida. Al momento la gestiamo su file Excel, abbiamo un toolkit in cui ci sono vari fogli, ognuno tratta una categoria di dati, che chiediamo a tutte le aziende di inserire manualmente.

Di quante aziende stiamo parlando?

La nostra catena del valore è fatta di centinaia di fornitori a monte, che ci danno i materiali per costruire i capi, e altrettanti a valle, che ci fanno le lavorazioni speciali oppure ci assemblano il capo. Questo parco fornitori deve essere gestito, è una nostra responsabilità e adesso lo è anche per legge. Non possiamo dirigere il nostro sforzo su mille o duemila o cinquemila fornitori, e quindi andremo a capire chi sono i fornitori più impattanti a livello di metri/unità consegnate, piuttosto che di valore dei capi o della lavorazione. Così possiamo stabilire chi sono i nostri fornitori più strategici ed impattanti. Un lavoro di raccolta dei dati difficile specie per le aziende più piccole, sovente a gestione familiare. Spesso sono di difficile reperimento, e anche quando si sa dove andarli a trovare non ci sono le persone disponibili o con il tempo necessario per andarli a cercare.

Questo impegno è reso più gravoso dall’evoluzione normativa?

Sì, perché le normative europee negli ultimi due anni sono diventate molto più stringenti. C’è il Dpp (Digital product passport), per la tracciabilità del capo finito; l’Epr (Extended producer responsability) in cui le aziende tessili sono responsabili della circolarità dei propri prodotti tessili e dovranno coprire i costi di gestione dei rifiuti. Poi c’è la Csddd (Corporate sustainability due diligence directive) che invece è sulla catena del valore, e che quindi valuterà gli impatti ambientali, sociali, di diritti umani, anticorruzione su tutta la catena di fornitura per cui noi siamo responsabili. L’amministratore quindi diventa responsabile per l’impatto non solo della sua azienda, ma anche della sua catena di valore. Inoltre, c’è la Csrd (Corporate sustainability reporting directive) che va a stabilire quante aziende devono rendicontare a livello di legge e individua quali informazioni è obbligatorio rendicontare.

È un problema di normativa che genera un peso burocratico eccessivo?

Il problema non è la normativa, che anzi aiuta a essere più trasparenti. Il problema è che così come una volta la parte finanziaria non era presa in considerazione dai sistemi informatici, che si sono poi man mano adeguati per avere un sistema gestionale onnicomprensivo che valutasse anche quella parte, adesso bisognerà fare la stessa cosa con tutti i gestionali, che in effetti si stanno pian piano evolvendo. Ad esempio in un Plm (Product lifecycle management) che ha le distinte del capo, ad oggi non c’è ancora il peso del singolo componente o la CO2 emessa. Ma il peso serve, perché altrimenti abbiamo tutte unità di misura che non sono comparabili l’una con l’altra e che quindi non ti possono permettere di calcolare le emissioni. Quindi sono da rivedere tutti i sistemi gestionali delle imprese per accomodare questo set di dati. Recentemente sono sorti degli add-on informatici che invece di utilizzare un foglio Excel ti calcolano le emissioni direttamente. Ma i dati li devi pur sempre inserire, non c’è ancora nessun gestionale che ti che ti dice quanta energia, elettricità o gas, ci vuole per fare un determinato capo. Tutto il sistema è da rivedere; quando i gestionali avranno i dati dentro, come succede per i sistemi finanziari, sarà diverso.

Quindi la legge, in questo caso, è innocente?

Le normative vengono fatte perché ci sono degli obiettivi, europei e mondiali, di decarbonizzazione, di anticorruzione, di diritti umani, legati anche al cambiamento della sensibilità e consapevolezza del consumatore. Chiaramente sono obiettivi corretti, perché altrimenti ci troveremo tra 10 anni in un mondo desertificato o colpito da eventi atmosferici disastrosi: si è visto quello che è successo in Toscana, o 2-3 mesi fa in Spagna, Francia, prima dell’estate in Emilia-Romagna e così via. Ormai non sono più solo i Paesi monsonici che soffrono questo tipo di calamità, ma è tutto il mondo. Le normative sono per questo, ma purtroppo sono fatte in Europa, mentre i grandi inquinatori del pianeta sono altri, l’India, la Cina… Però noi giustamente facciamo la nostra parte.

Quanto impatta questo genere di attività sostenibili sulle Pmi, soprattutto sulle piccole imprese?

Sono davvero molto impattanti, perché prima di tutto manca la cultura. Le normative sono arrivate, ma non c’è nessuno che le spieghi e che le traduca in soldoni. Quindi ci sono pochi eletti, persone che magari semplicemente se ne sono occupate prima e quindi capiscono di cosa si parla. E invece ci sono delle Pmi, magari a conduzione familiare, che affrontano per la prima volta queste tematiche e non le comprendono. Quindi a livello di Unione Industriali, Confindustria, enti settoriali dovrebbe essere fatta formazione su questi aspetti e qualcuno si sta muovendo per fortuna. Anche perché mancano completamente le competenze. Sto cercando delle persone per fare reporting di sostenibilità, perché abbiamo un grosso carico di lavoro e non ce la facciamo, ma non ne trovo. Ci sono poche realtà, sia master che lauree, che preparano le persone, che altrimenti escono dall’università e non sanno fare niente in questo campo.

Come si dovrebbe intervenire?

I corsi universitari dovrebbero essere molto più specifici e targhettizzati. Mi aspetto che fra 5 anni ci siano più competenze, per via di una maggiore maturità del mercato, e si riesca ad indirizzare meglio anche i corsi degli studenti. Andrebbero previsti stage nelle aziende, piuttosto che lezioni di esperti delle aziende. Fino ad oggi queste attività sono state esternalizzate dalle aziende verso consulenti di vario genere. Abbiamo fatto per esempio degli interventi di aiuto ai commercialisti, perché anche loro non ne sapevano molto e quindi hanno iniziato a cercare di capire meglio che cosa era richiesto, perché le aziende facevano sempre più richiesta di questo genere di attività. Adesso le aziende stanno iniziando ad internalizzare queste competenze, perché costa troppo prenderle da fuori. Prima c’era solo il bilancio, adesso ci sono altre mille cose da fare e quindi conviene prendere delle persone: il problema è che non si trovano. Quindi è un po’ un gatto che si mangia la coda.