Dal 1° settembre scatterà una riforma destinata a incidere sul mercato dei buoni pasto: la commissione massima che le società emettitrici potranno chiedere agli esercenti non potrà superare il 5%. Oggi queste trattenute oscillano tra l’8% e il 20%, secondo i dati delle associazioni di categoria, un livello che ha spesso reso sconveniente accettare i ticket per bar, ristoranti e supermercati. La misura, già in vigore nel settore pubblico, viene estesa al privato con l’obiettivo di favorire la diffusione di questo strumento di welfare aziendale, che in Italia interessa oltre 3 milioni di lavoratori e vale un giro d’affari stimato in circa 3,2 miliardi di euro l’anno.
Per gli esercenti la novità rappresenta un sollievo atteso da tempo: le commissioni più basse dovrebbero garantire margini meno compressi e incentivare l’ingresso di nuovi punti vendita nella rete dei convenzionati. Le società emettitrici, al contrario, parlano di una misura che rischia di alterare l’equilibrio del sistema. Secondo l’Anseb, che raccoglie i principali operatori, il taglio delle commissioni potrebbe tradursi in una riduzione degli sconti applicati alle imprese che acquistano i buoni, con la conseguenza di un aumento dei costi per le aziende e, in prospettiva, di un ridimensionamento delle risorse destinate al welfare aziendale. Oggi i ticket vengono venduti alle imprese a un prezzo inferiore al valore facciale, e il margine perso sulle commissioni potrebbe riflettersi proprio su questo sconto.
Le associazioni di categoria della ristorazione guardano però con ottimismo alla riforma. Per la Fipe-Confcommercio la nuova soglia eviterà squilibri tra pubblico e privato, favorirà una concorrenza più trasparente e allargherà la platea di chi accetta i ticket. Inoltre, ricordano i ristoratori, i buoni pasto continuano a garantire alle aziende un vantaggio fiscale rilevante, essendo esenti da tasse e contributi fino a 8 euro al giorno. Il vero banco di prova sarà il 2026, quando anche i buoni già emessi con vecchie commissioni dovranno uniformarsi alla nuova regola: solo allora si potrà valutare se la riforma avrà generato un mercato più sostenibile o se, come temono gli emettitori, avrà spostato i costi sulle imprese.

















