Buchi contributivi

Una generazione che non andrà mai in pensione, anche per colpa dei buchi contributivi. Spesso ai giovani è stato detto di non illudersi che per loro la pensione sarà soltanto un miraggio. Questo anche a causa dei molti buchi contributivi che ci sono nelle carriere dei cosiddetti lavoratori atipici. Per questo motivo il governo sta pensando di mettervi mano attraverso i bonus contributivi per coprire i buchi previdenziali, i riscatti super agevolati della laurea e un nuovo round di silenzio assenso per destinare i fondi del Tfr alla previdenza complementare.

Chi ha meno di 35 anni andrà in pensione a 74 anni

A lanciare l’allarme circa un mese fa è stato il consiglio nazionale dei giovani insieme a  Eures, che ha pubblicato una ricerca dal titolo: «Situazione contributiva e futuro pensionistico dei giovani». Chi ha meno di 35 anni, rischia di dover aspettare di compierne 74 per poter andare in pensione. E una volta lasciato il lavoro avrà un assegno da fame, mille euro netti al mese in media. A qualcuno, in realtà, potrebbe andare pure peggio. Basta sfogliare i dati puntualmente pubblicati da Itinerari Previdenziali, il think tank guidato dall’ex sottosegretario al welfare Alberto Brambilla. Oggi ci sono 755 mila pensioni pagate con il regime contributivo puro, ossia con una pensione calcolata soltanto in base ai contributi versati durante l’arco della propria vita lavorativa. L’età media di pensionamento è di 71,2 anni e l’assegno medio mensile di 368,15 euro. La maggior parte delle pensioni contributive, oltre 520 mila, sono nella gestione dei lavoratori parasubordinati, i precari insomma. E in questo caso l’età media di pensionamento è di 75 anni e l’assegno di soli 233,11 euro medi mensili.

Come risolvere il problema 

La situazione, dunque, non è delle più rosee anche perché nel sistema contributivo non esiste l’adeguamento al minimo che, per esempio, oggi fa sì che la pensione non possa scendere sotto i 572 euro (600 per gli over 75). Al ministero si lavora ad alcune misure per coprire i «buchi» contributivi, dovuti alle carriere discontinue. Lo Stato potrebbe intervenire per coprire questi buchi con una contribuzione a suo carico. Un progetto era già stato predisposto durante il governo Draghi e prevedeva per ogni anno di lavoro 1,5 anni di contribuzione con un riconoscimento, dunque, di sei mesi in più. Un’altra strada è quella della «pensione di garanzia», una sorta di adeguamento al minimo per chi è nel sistema contributivo. Molto dipenderà dalle risorse che saranno messe a disposizione per questo capitolo dal ministero dell’Economia.

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