Bruxelles chiama l’Italia«Imprese, vi finanziamo noi»

«Alle imprese voglio lanciare un invito», dice Beatrice Covassi, con quel suo tono insieme determinato e suadente: «L’invito è di alzare lo sguardo all’Europa e ai suoi mille strumenti di promozione dello sviluppo. Agli imprenditori italiani, io – italiana come loro ma interna al sistema di questa nostra Europa da vent’anni – dico che devono rendersi conto che ci sono tanti partner con cui lavorare e tanti fondi da utilizzare, ricordarsi che fanno parte di un sistema economico e sociale molto più ampio della loro sola nazione, un mercato che ha oltre 500 milioni di cittadini e potenziali clienti. Siate più curiosi, cercate di andare avanti, sempre più in là. L’Europa vi sorprenderà. Ci sono gli sportelli Europe Direct cui rivolgersi, gli sportelli impresa, tantissime istanze dove chiedere informazioni, basta essere più proattivi, ricordandosi che l’orizzonte è il mondo, ma almeno cominciamo dall’Europa». Benarrivata la Commissione europea dal volto umano – e nella fattispecie anche sorridente e avvenente – che avremmo sempre desiderato vedere, al di là dell’austerity che viene imposta all’Italia a causa della sua indiscutibile indisciplina finanziaria. Beatrice Covassi è direttore della sede italiana della Commissione, risponde direttamente al presidente della Commissione  Jean-Claude Juncker, e svolge con assoluta convinzione un ruolo quasi apostolico a favore di un’istituzione in cui crede e che ama.

Ci sono gli sportelli Europe Direct cui rivolgersi, gli sportelli impresa, tantissime istanze dove chiedere informazioni

Dottoressa Covassi, dal suo appello agli imprenditori è chiaro che per lei l’Europa reale ci è utile. Ma davvero lo pensa o il suo è legittimismo di ruolo?

Lo penso eccome! E senza addentrarci in esempi complessi, si pensi solo all’abolizione del roaming internazionale della telefonia mobile o alle compagnie aeree low-cost. Grazie a chi, se non all’Europa, i cittadini di tanti Paesi possono avvalersi di questi straordinari risparmi?

E l’Austerity?

Intanto quel che lei definisce Austerity è un insieme di regole concordate in Trattati liberamente sottoscritti da tutti gli Stati membri, Italia compresa. E poi applicandola ci sono Stati che hanno prosperato e prosperano: evidentemente è possibile.

E allora veniamo ai fondi per lo sviluppo, di cui l’Italia non è una brava utilizzatrice…

Ultimamente le cose sono un po’ migliorate e qualcosa si è mosso. Sicuramente però non siamo i primi della classe, siamo sotto il dieci per cento di utilizzo, nell’insieme! Però ci sono cose sorprendenti in Italia. Ho scoperto che la Puglia è avanzatissima per l’uso dei fondi legati agli open-data e al digitale in genere, in Calabria hanno sviluppato l’uso di Por e Pon, insomma: a volte incontri eccellenze dove non te le aspetti. Il problema italiano rispetto ai fon di europei è però che non c’è ancora un metodo di sistema, a livello nazionale, valido per tutti. E c’è ancora una grande disparità tra le varie regioni su come vengono utilizzati i fondi. 

Non è che la burocrazia europea sia troppo dissuasiva?

No, guardi. Lo so che molto spesso su tutto il pacchetto-fondi si chiede di fare all’Europa quello che non viene fatto dalle nazioni per sopperire a carenze strutturali che dovrebbero essere invece evidenziate e risolte localmente, ma non è così.  C’è troppa casualità, le opportunità sono tante e sono accessibili ma vanno scaricate a terra con impegno.

Cioè in che modo?

E’ chiaro che per utilizzare i fondi europei bisogna avere delle conoscenze. Ebbene: dovrebbero essere messe a sistema e rese accessibili a tutti. Anche le istituzioni territoriali piccole, che da sole non sono in grado, dovrebbe essere messe nelle condizioni di riuscirci. Rivolgersi a esperti di progettazione europea. Ci rimproverano sempre la troppa burocraticità, ma anche la ricaduta nazionale complica. 

Ci spieghi le voci essenziali dell’intervento di sostegno che l’Europa fa, o potrebbe fare, a favore dello sviluppo…

Be’, innanzitutto il piano Juncker. Tutti parlano degli investimenti infrastrutturali ma pochi della finestra Pmi, cioè degli accordi con le banche che fa la Banca europea per gli investimenti che cogarantiamo anche noi, per erogare questi prestiti agevolati per investimenti considerati ad alto rischio che altrimenti non esisterebbero. Ne firmiamo di continuo, sono interessate 200 mila imprese. Ma tutte le imprese devono sapere che questa forza economica c’è, e che permette di garantire prestiti che altrimenti non verrebbero erogati.

Poi?

Parlerei di Horizon 2020. Sono fondi che richiedono un partneriato di almeno tre soggetti e di almeno due stati. Devono essere focalizzati su progetti di ricerca, molto spinti verso l’innovazione, che si concentrano sulla fase precompetitiva del mercato. Danno la possibilità di fare esperimenti protetti di innovazione.

Cioè?

Per esempio fare, sui big data, una partnership per sperimentare la convidisione dei dati stessi nelle tlc, nell’agricoltura di precisione, nell’intermodalità; e puoi testare il tuo progetto in un safe-enviroment, un ambiente protetto. Resti nel precompetitivo ma molto vicino al mercato. Le imprese hanno spesso il timore di mettersi in pool con soggetti più grandi di loro, come le università, ma sbagliano: è una grandissima opportunità. Che sta andando molto bene, in tanti campi: per esempio nel farmaceutico. Un concetto-chiave è quello delle public-private partnership. Sono quelle che permettono di avere un effetto leva e mettono a disposizione una base di soldi pubblici che poi si moltiplica con quelli degli investitori privati. Anche questo è un concetto che sta diventando sempre più utilizzato nel mondo della ricerca che stimola investimenti. Non c’è numero chiuso, gli attori che possono aggregarsi sono virtualmente infiniti. Più è complesso il campo di applicazione della ricerca, tanto più è utile avere dei partner europei.

E per trovare il partner giusto?

La Commissione ha attivato un sistema di speed dating molto efficace, con momenti di networking e molte informazioni di base. 

E per le aree svantaggiate, come ad esempio il Sud Italia?

Molti interventi dei fondi strutturali sono dedicati allo sviluppo sul territorio, però indiretti. Ci sono enti di gestione che sono fondamentali, anche in Italia c’è un’Agenzia pubblica per lo sviluppo della coesione (Invitalia, ndr).