Italiani, popolo di inventori poco propensi al brevetto: questa, almeno, era la fotografia del passato, anche recente. Che sta però cambiando. A parte i dati ufficiali – che rifletteranno le novità fra qualche anno – è quel che emerge da chi costantemente tasta il polso del mercato proprio affiancando le imprese che vogliono proteggere la proprietà intellettuale delle loro innovazioni e dei loro marchi brevettandoli: come Giovanni Galimberti, il partner del colosso legale Bird & Bird che segue appunto con particolare attenzione quest’area. «Sul fronte dell’innovazione, l’Italia ha un tessuto d’imprese che tradizionalmente non brevettava molto, – spiega – soprattutto le piccole e medie hanno sempre avuto una certa diffidenza verso l’idea che il brevetto servisse, o quantomeno non conoscevano la possibilità offerta dalla legge di proteggere davvero sui mercati la propria innovazione dai contraffattori. Si tendeva a nascondere in azienda i segreti di processo e di prodotto… cosa che riusciva fino a un certo punto. E anche verso i marchi c’era la stessa riserva mentale. Ma oggi la sensibilità verso la brevettazione è aumentata, e lo riscontriamo quotidianamente, anche da parte delle medie imprese. Forse perché il sistema di protezione giudiziaria è migliorato».

Finalmente una buona notizia…

Ma sì, pensi che fino a pochi anni fa non esistevano sezioni specializzate in proprietà intellettuale, le cause finivano da giudici sovraccarichi e spesso poco sensibili a questi temi. Oggi il quadro è molto migliorato, ed anche le competenze dei magistrati, che per occuparsi di questi temi hanno sviluppato competenze specialistiche di prim’ordine. Quando ho iniziato a occuparmi di questa materia, capitava di trovarsi di fronte a un giudice che prima di aprire il tuo fascicolo doveva occuparsi di sfratti di famiglie morose… Ora non più. Adesso i giudici che si occupano della materia sono più esperti, le sezioni specializzate in materia di impresa di Milano, Torino, Roma, Napoli, Venezia e anche di altri tribunali sono molto competenti…

La legge sul patent-box è servita?

Sicuramente ha aiutato aziende a sgravarsi in misura importante dei costi di ricerca e di tutti quelli relativi alla proprietà intellettuale. Noi ce ne occupiamo molto e con buoni risultati: consente risparmi fiscali molto forti, si portano in deduzione tutta una serie di costi importanti… A riprova che quella maggior sensibilità di cui parlavo si riscontra tra le imprese ma anche presso le istituzioni, che hanno finalmente introdotto un fattore di incentivazione per le imprese che vogliono investire in ricerca e sviluppo, quindi innovare.

Cosa si può fare di più per migliorare ulteriormente la situazione?

A mio avviso é già molto importante l’istituzione del Tribunale Unificato dei Brevetti e del brevetto unitario”, protezione unica per tutta l’Unione Europea. Ora con il brevetto unitario e il tribunale unico con un’unica causa si può richiedere un’inibitoria contro le contraffazioni che ha effetto per tutti o molti Paesi dell’Unione.

E perché originariamente l’Italia si oppose all’istituzione del Tribunale Unificato dei Brevetti?

Bisognerebbe chiederlo a chi l’ha fatta. Ritengo si temesse il lievitare dei costi dell’attività giurisdizionale unificata… E forse c’era anche un qualche interesse corporativo di una parte dell’avvocatura che temeva, in qualche modo forse anche legittimamente, che alcune cause potessero essere discusse anche in lingue diverse dall’italiano o comunque da avvocati non italiani. In altre parole, alcuni professionisti avevano forse il timore di non potere più competere sulle cause internazionali di grandi proporzioni.

Una Divisione locale del tribunale dei brevetti europei è già Milano e presto avremo anche una delle tre sedi centrali.

Diciamo che con la Brexit Londra si è chiamata fuori dalla gara e l’Italia ha prevalso su altri Paesi, tra cui l’Olanda, nell’assegnazione della sede centrale originariamente assegnata all’Inghilterra. Probabilmente grande merito va al governo e al Presidente Draghi, che si spese personalmente a favore della candidatura italiana. Il governo attuale ha poi proseguito nell’iter e dunque nel ’24 anche la sede centrale del Tribunale Unificato dei Brevetti aprirà i battenti a Milano. Devo dire che la scelta è caduta su di noi anche per la nostra causidicità, nel senso che uno dei criteri per l’assegnazione della sede era il numero di cause brevettuali che si fanno in un Paese, e in Italia se ne fanno tante… A questo proposito, il fatto che vi siano molti contenziosi in materia brevettuale in Italia dimostra che il sistema di tutela è molto valido.

Ma dunque cosa cambierà per le imprese che vorranno rivolgersi alla giustizia per difendere i loro brevetti? Dovranno fare causa a livello nazionale o europeo unitario?

Quanto meno inizialmente coesisteranno il sistema tradizionale di contenzioso – andare in tutti i singoli Paesi d’interesse a fare altrettante cause – oppure la possibilità di intentare un’unica azione valida per quasi tutta l’Unione Europea. Aumenterà il contenzioso residente in Italia? Non faccio pronostici. Posso dire che in quattro mesi sono partite complessivamente circa 70 cause davanti al Tribunale Unificato dei Brevetti. La divisione locale italiana ha cominciato bene, ricevendone 5, e alcuni dei primissimi provvedimenti sono stati emessi proprio da Milano. La primissima è stata una causa tra due soggetti multinazionali stranieri. Tutto ciò per dire che anche realtà non italiane si fidano dei nostri giudici del Tribunale dei Brevetti.

Di qui l’ottimismo per il futuro…

Sì, stiamo andando lentamente nella direzione giusta, visto il sostrato da cui partivamo. Peraltro i dati aggiornati al 2022 ci dicono che l’88% dei brevetti è depositato da imprese, il 7% da istituti di ricerca (università ed altri enti) e un ultimo 5% da inventori individuali…

Se non santi, ancora navigatori e inventori. Chissà quanta aneddotica!

Non posso farle i nomi delle parti, ma l’Italia è stata il primo grande Paese a concedere una inibitoria in una causa pendente in svariati Paesi nel mondo nel settore medicale, dimostrando una rapidità nel prendere la decisione che sconfessa l’idea che il nostro sistema giudiziario sia lentissimo…

Altri aneddoti?

Spostandoci dai brevetti, noi di Bird & Bird siamo, tra l’altro, lo studio di riferimento per alcune denominazioni di origine italiane direi… gloriose. Una per tutte, il prosecco. Senza soffermarsi sulle battaglie attualmente in corso anche presso la Commissione Europea per la famosa vicenda del “prosek” croato, nella quale anche le nostre istituzioni si sono mosse con grande energia, gli aneddoti in materia di contraffazione sono moltissimi e in tutto il mondo.

Del resto, dico sempre che in qualche modo la contraffazione è il prezzo del successo, e ciò vale ancor di più per i prodotti italiani di eccellenza. E la creatività dei contraffattori nel mettersi in scia di marchi o comunque segni di grande rinomanza spesso sorprende anche noi che ci occupiamo della materia.

Qualche esempio, la prego!

Va bene, per citarne solo uno degli ultimi, c’è un produttore dolciario che ha lanciato un tipo di caramella al “gusto prosecco”, con la caratteristica che la caramella aveva anche la forma di… organo genitale maschile! Ovviamente il consorzio ha fatto causa…

Ma com’è mai pensabile una cosa del genere?

Senza riferirmi a questo caso o ad altri specifici, consideri che la materia è complessa e si presta a moltissimi tentativi di imitazione, anche molto diversi tra loro. Ma vi sono molte realtà italiane attente ai propri beni immateriali.

Per esempio?

Pensi a Ferrero: una delle società più attente ai propri diritti di proprietà intellettuale, difendendo attivamente sia non solo i nomi dei propri celebri prodotti, ma anche le innovative forme dei propri packaging, attraverso marchi figurativi o tridimensionali. È di quest’anno una sentenza della Cassazione che ha riconosciuto la validità e la violazione del marchio tridimensionale che protegge la forma rettangolare della scatoletta dei confetti Tic-Tac.