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Quando Ennio Doris, fondatore di Banca Mediolanum, decise – senza esserne minimamente obbligato! – di “tassare” se stesso e il suo socio Silvio Berlusconi per un totale di 130 milioni di euro con cui risarcì 12 mila clienti (su quasi 1 milione) delle perdite subite dal fallimento della Lehman Brothers, le cui polizze avevano acquistato appunto dall’istituto milanese, disse di aver fatto una cosa giusta per i clienti e giustissima per il futuro della sua azienda, una concreta dimostrazione di sensibilità sociale, più efficace nel costruire reputazione ed affezione nella clientela di qualsiasi campagna pubblicitaria.

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Una cosa del genere ha fatto oggi l’Eni, annunciando che metterà dal 28 settembre un “tetto” – per ora di un mese ma probabilmente di tre – al prezzo del suo diesel (2,19) e della sua benzina (1,99). Riscuotendo il grazie del governo – ma il capo dell’Eni, Claudio Descalzi, è già stato confermato nel suo incarico e non aveva alcun bisogno di ingraziarsi la politica, ammesso che fosse stato il tipo, e non lo è! – E riscuotendo la riconoscenza degli automobilisti: “Si tratta di una ottima iniziativa per calmierare la crescita senza sosta dei listini alla pompa, e speriamo ora che altri marchi petroliferi seguano l’esempio di Eni introducendo un tetto massimo ai prezzi”, ha detto il Codacons.

Ma suscitando invece – e pazienza! – l’ira dei concorrenti, che probabilmente a loro volta dovranno ora offrire sconti.

Un precedente, non identico ma affine, risale al 2012, quando l’allora a.d. dell’Eni Paolo Scaroni (che aveva peraltro proprio Descalzi come numero 2) dal 16 giugno al 2 settembre lanciò una campagna-sconto che diceva: “Riparti con Eni”, e offriva ai clienti 20 centesimi in meno al litro su benzina e gasolio, però solo nei fine settimana, solo al self-service con pagamento automatico e solo nelle stazioni aderenti, circa 2.450 su 4.700. I prezzi venivano annunciati ogni settimana sul sito dell’iniziativa in base alle quotazioni Platts. L’operazione, secondo Eni, costò oltre 200 milioni di euro e coinvolse più di 40 milioni di rifornimenti. E fu una grande operazione di marketing, una campagna-simpatia memorabile che scatenò code ai distributori e dure reazioni dei concorrenti: Esso offrì fino a 29 centesimi di sconto, IP (che non era ancora Eni) a 16, TotalErg a 15 e Shell intorno a 10. La loro associazione Assopetroli, però, inviperita, chiese un intervento dell’Antitrust denunciando prezzi predatori ai danni dei distributori indipendenti.

Che protestino. Non c’è trippa per gatti: quella di Descalzi è una bellissima mossa. Intelligente per il Paese, eccellente per l’azienda rispetto ai suoi clienti – quindi una doppia operazione simpatia – e gradita alla politica: sia quella che lo ha appena confermato a capo del colosso petrolifero italiano, sia quella che lo nominò, cioè il governo Renzi nell’aprile del 2014.

Torniamo però alla realtà: la situazione internazionale geopolitica è talmente incarognita che non si vede ancora la luce in fondo al tunnel della crisi di Hormuz, responsabile dell’impennata folle dei prezzi di gas, petrolio ed elettricità di cui siamo vittime, né della guerra in Ucraina, che ha sabotato le forniture di gas all’Europa e in parte anche di greggio quattro anni e mezzo fa. Su questa doppia crisi i petrolieri si sono arricchiti – l’Eni è sempre e comunque in una posizione molto meno speculativa di tutte le altre, e per molte ragioni – ma non sono loro i mandanti del disastro. Hormuz ha un colpevole principale e uno sostanziale, Trump e Netanyahu; e l’Ucraina è un crimine di Putin e di quel delirante premier inglese che si chiamava Johnson, che sabotò l’accordo quasi fatto tra i due contendenti dopo pochi mesi di guerra. È a questi pazzi che dobbiamo dire grazie; e anche a tutti gli sprovveduti che, nei decenni, tagliando fuori l’Italia dal nucleare e impedendoci le estrazioni di petrolio su terraferma e di gas dall’Alto Adriatico, hanno affondato l’Italia in una gravissima dipendenza energetica…peggiore di quella di tutti gli altri i Paesi europei.