come va l'Inghilterra dopo la Brexit

“Me ne vado, ma non avrei mai voluto farlo. Lascio il lavoro più bello del mondo”, è con queste parole che il Primo Ministro del Regno Unito Boris Johnson si è dimesso dalla sua carica dopo essere stato sfiduciato dal suo stesso partito conservatore. BoJo è stato messo in minoranza, con molti suoi ministri che si sono ritirati e che non gli hanno perdonato le continue gaffe e polemiche che hanno riguardato il suo mandato. L’allontanamento di Johnson riaccende i riflettori anche sulla Brexit, fortemente voluta dallo stesso che, nel 2016, era tra i più accaniti sostenitori del leave al referendum, poi vinto dagli antieuropeisti. In quel caso lo scontro tra Johnson e l’allora primo ministro David Cameron fu fortissimo, tanto che quest’ultimo dopo la sconfitta referendaria fu costretto a dimettersi. Gli successe Theresa May, con Johnson chiamato a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri, ma poco dopo, nel 2018, BoJo era entrato in conflitto con la stessa May e la sua Brexit morbida che avrebbe mantenuto stretti legami con l’Unione europea. Johnson vinse anche in quel caso visto che l’accordo negoziato dalla May con l’Ue in merito all’uscita del Regno Unito non convinse il Parlamento. Alle successive elezioni proprio Boris Johnson è stato essere eletto primo ministro. Una carriera politica spinta quasi totalmente dall’uscita dall’Europa e che oggi, alla fine di questa fase, impone una doverosa analisi: come va l’Inghilterra dopo la Brexit?

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Come va l’Inghilterra dopo la Brexit?

Downing Street, sul tema, ha sempre risposto che i vantaggi derivanti dell’uscita di Londra dall’Ue saranno soprattutto a lungo termine. “Abbiamo visto le fesserie cui abbiamo assistito nelle stime degli esperti pre referendum”, ha detto il ministro della transizione post Brexit Jacob Rees-Mogg, ma è tuttavia possibile fare delle stime sull’andamento dell’Inghilterra. Fin qui la pandemia, il conflitto in Ucraina e l’inflazione record hanno in parte coperto eventuali crisi del sistema economico britannico, ma non per il Fondo monetario internazionale che ha annunciato che il Regno Unito sarà il Paese che meno crescerà rispetto agli altri Stati facenti parte del G20, Russia esclusa. È sulla stessa lunghezza d’onda anche il governatore della Bank Of England, Andrew Bailey, che al forum Bce ha sostenuto che l’inflazione attuale colpirà soprattutto il Regno Unito, arrivando a sfondare quota +11%. “Anche l’economia crescerà di meno – ha aggiunto – oramai tutto ciò è evidente da qualche mese”. Bailey, in realtà, più che con la Brexit se l’è presa con l’energy cap delle bollette.

C’è poi la valuta britannica, la sterlina, che nell’ultimo anno si è fortemente indebolita rispetto al dollaro andando così ad aggravare i prezzi già inflazionati di carburante, petrolio ed energia, e il mercato del lavoro che accusa una grande rigidità. L’occupazione, in realtà, è ai massimi da 40 anni e ci sono 1,5 milioni di posti di lavoro mancanti, ma colmarli non è facile visto e considerato le regole del sistema migratorio.

L’economia dell’Inghilterra dopo la Brexit

E i cittadini? Secondo i dati Ocse che comparano il Pil procapite dal 2016 a oggi, ogni cittadino britannico ha perso sinora 4.520 sterline in più, ovvero quasi 5.500 euro – prezzi aggiustati al 2015 -, rispetto alla media di quelli dei Paesi dell’eurozona. La ricchezza dei cittadini britannici è dunque notevolmente diminuita, nonostante l’ottimo dato dell’occupazione e gli ingenti aiuti governativi. Lo studio del think tank The Resolution Foundation aveva già avvertito nel 2016 che con la Brexit i salari dei lavoratori britannici sarebbero scesi di almeno 470 sterline all’anno, circa 550 euro.

E ancora, secondo il vicepresidente della Commissione europea e caponegoziatore, Maros Sefcovic, nel 2021 le importazioni europee dal Regno Unito sono calate del 13,9% rispetto al 2020. Si tratta di del passaggio da 169 miliardi di euro a 146. Il dato peggiora se confrontato con il 2019, con un calo del 35%.

Il dato della bilancia commerciale dell’Inghilterra non sembra invertire il trend fin qui descritto. Nel primo trimestre del 2022 il deficit è all’8,3%, rispetto ad una media del 2,6% nell’anno passato. Si tratta del peggior dato dal 1955, da quando cioè sono iniziate le rilevazioni.