PRESIDIO DEI LAVORATORI DELLA BNL, MANIFESTAZIONE, MANIFESTANTI, PROTESTA, STRISCIONE NO ALLO SPEZZATINO DELLA BNL

L’ultimo sciopero che si ricorda era stato negli anni ’90. Ai tempi – sebbene ancora per poco, erano quelli dello “Stato-banchiere” – era “gruppo B.N.L.”. C’era stato da poco il passaggio in società per azioni, propedeutico all’avvio di un percorso di privatizzazione che da lì a fine decennio avrebbe portato uno dei più importanti e storici istituti creditizi a sbarcare in Piazza Affari. Preistoria, praticamente. Da allora è passato quasi un trentennio e i dipendenti della Bnl torneranno a incrociare le braccia anche se stavolta “il nemico” è il gruppo francese Bnp Paribas che da ormai 15 anni controlla la vecchia Banca Nazionale del Lavoro. Oggi, dunque, molte agenzie potrebbero restare chiuse dopo la giornata di sciopero proclamata lo scorso 15 dicembre da tutte le organizzazioni sindacali del settore Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin.

La denuncia: «Filiali chiuse, organici carenti, pressioni ai dipendenti»

A finire all’indice dei sindacati è stato il piano di riorganizzazione targato Bnp Paribas che prevede, tra l’altro, le esternalizzazioni di oltre 90 dipendenti dell’IT e del back-Office, su un totale di 11.500 addetti distribuiti tra uffici centrali e oltre 700 agenzie sparse su tutto il territorio italiano. Esternalizzazioni che interessano circa l’8% della forza lavoro della banca. Lo sciopero riguarda gli impatti occupazionali e le ricadute sul personale oggetto della procedura di cui alla lettera della Bnl datata 24 settembre 2021, la chiusura delle filiali e le ricadute in termini di mobilità funzionale e geografica, la cessione di pacchetto di controllo di una società-prodotto strategica come Axepta, la carenza di organico nelle filiali e le pressioni commerciali ai dipendenti, il modello di presenza sul territorio, il ritardo nel numero di assunzioniconcordate negli accordi sindacali relativi alla cosiddetta Quota 100. Lo scorso 18 dicembre i sindacati avevano denunciato un «boicottaggio dello sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori». Nel dettaglio, erano state segnalate «difficoltà nel far pervenire il link per la partecipazione alle assemblee a distanza», «task force di lavoratori interinali in forza presso alcuni uffici per sostituire gli scioperanti» e «l’impedimento di revocare le ferie» a chi le aveva già prese per quella giornata. Il 9 dicembre era stata espletata e completata, con esito negativo, la procedura obbligatoria di conciliazione. Così il 23, due giorni prima di Natale, le sigle hanno comunicato formalmente lo stop al confronto con l’azienda: «Alla luce della vostra indisponibilità ad un confronto finalizzato alla ricerca di condivisibili soluzioni complessive, non sussistono le condizioni per proseguire il confronto» hanno scritto in uno dei tanti volantini pubblicati in questi giorni. Il tavolo è saltato, nel dettaglio, a causa della clausola di rientro di 20 anni, «applicabile solo in casi eccezionali e realisticamente difficilmente realizzabili», e che è «subordinata all’inaccettabile condizione della rinuncia da parte dei lavori oggetto di cessione al diritto di ricorrere in giudizio e tutelare i propri interessi. Ciò significherebbe un accordo contra legem che il sindacato non firmerà mai» hanno spiegato i sindacati in una nota diramata alla Vigilia di Natale in riferimento alla chiusura della procedura di cessione di ramo d’azienda del Banking Service Platform (IT) che riguarda 270 lavoratori. «Questo – sostengono i sindacati – è un inaccettabile attacco al diritto ed alla dignità del lavoro oltre che al buon senso e all’intelligenza dei lavoratori e del sindacato. La gravità di questa pretesa da parte della Bnl risulta ancor più evidente di fronte al rischio di illegittimità dell’intera operazione. È evidente che l’intenzione dell’azienda è solo quella di liberarsi di 900 lavoratori: infatti hanno ripetutamente rifiutato di confrontarsi su soluzioni complessive». La rottura è quindi la «logica conclusione della sorda arroganza con cui questa azienda si è presentata ad ogni incontro e che si evince in modo chiaro dalla comunicazione di chiusura in risposta alle istanze sindacali».

Digital transformation, desertificazione bancaria e «porcate»

La situazione della Bnl è in realtà la spia di un malessere generalizzato che sta colpendo il banking italiano, interessato da una profonda e dolorosa trasformazione imposta dalla digital revolution i cui effetti, da qualcuno, sono stati sintetizzati nella formula “desertificazione bancaria”. Filiere che chiudono, tagli al personale, abbandono dei territori. Tanto da far dire proprio di recente al segretario della First Cisl milanese, Riccardo Colombani, che «Bnl, Banco Bpm e Unicredit sono i casi più emblematici di piani d’impresa indirizzati unicamente al profitto degli azionisti e che si rende necessario l’intervento deIla politica per evitare che per aumentare la redditività vengano penalizzati i lavoratori, i territori e l’intero Paese». Non meno duro, in questo caso contro la Bnl, è stato il segretario generale della  Fabi, Lando Maria Sileoni che il 13 dicembre scorso a Milano, nel corso di una tavola rotonda con i sindacati dei bancari durante il 126° Consiglio nazionale della sua sigla, non le aveva mandate a dire: «Abbiamo invitato i rappresentati di tutte le banche, non abbiamo invitato i rappresentati di Bnl per la porcata che stanno cercando di realizzare  all’interno del gruppo».