L’Italia non fermi al 3% l’obbligo di immissione delle biobenzine e confermi invece la traiettoria che porta al 5% dei consumi di benzina entro il 2030. È la richiesta di AssoDistil in vista del decreto attuativo della direttiva europea RED III, un passaggio che per l’associazione può decidere il futuro non soltanto dei produttori di bioetanolo, ma di una filiera industriale e agricola già sottoposta a forti pressioni.
Il punto è la progressione prevista dall’attuale quadro normativo: al primo obbligo del 3%, fissato entro il 2025, dovrebbe seguire un graduale incremento fino al 5% nel 2030. Ma proprio questo secondo passaggio è oggi rimesso in discussione dalle pressioni dei soggetti obbligati che chiedono di mantenere la quota ferma al 3%.
Secondo AssoDistil, una simile scelta avrebbe conseguenze immediate sugli investimenti. «Un mercato senza una prospettiva di crescita certa non consente di programmare investimenti, innovazione e capacità produttiva», osserva il direttore dell’associazione Sandro Cobror, sottolineando come oltre alle imprese che già producono bioetanolo ve ne siano altre 26 interessate a valutare nuovi investimenti nel settore.
Il rischio, secondo l’associazione, è duplice: da una parte frenare o addirittura provocare la chiusura di impianti italiani, dall’altra aumentare la dipendenza dalle importazioni proprio nel momento in cui il mercato dei carburanti mostra una maggiore tenuta dei consumi di benzina. In altre parole, ridurre lo spazio per il bioetanolo nazionale non significherebbe eliminare il fabbisogno, ma trasferirne all’estero la produzione e il valore aggiunto.
La partita, inoltre, va ben oltre i biocarburanti. Il bioetanolo italiano deriva dalla produzione di alcol etilico, un settore che deve fare i conti con consumi in progressiva contrazione e che ha quindi bisogno di nuovi sbocchi industriali. Le biobenzine possono rappresentare una possibilità concreta di diversificazione, offrendo al tempo stesso una destinazione economica a residui provenienti dalla produzione vinicola, dai cereali, dalla birra e da altre lavorazioni agroindustriali.
La produzione nazionale utilizza infatti materie prime sostenibili e residui di filiera che, in assenza di uno sbocco industriale, rischierebbero di trasformarsi in rifiuti da smaltire, con costi economici e ambientali. Per questo, secondo AssoDistil, un ridimensionamento degli obiettivi sul bioetanolo avrebbe ripercussioni lungo tutta la catena, fino alle imprese agricole che forniscono le materie prime.
Accanto alla conferma del 5%, l’associazione chiede quindi anche strumenti capaci di mettere la produzione italiana ed europea nelle condizioni di competere con quella importata. Un possibile modello è quello già seguito dalla Spagna e, con modalità analoghe, da Germania, Francia e Paesi Bassi: consentire che il bioetanolo importato concorra agli obblighi europei soltanto se entra nel Paese non denaturato, effettuando successivamente la denaturazione sotto controllo nazionale.
La differenza è rilevante anche sotto il profilo doganale. Il bioetanolo denaturato importato è sottoposto a un dazio di circa 10,2 euro per ettolitro, mentre per quello non denaturato il prelievo sale a circa 19,2 euro. Una disciplina di questo tipo, secondo AssoDistil, rafforzerebbe i controlli sulla qualità e sulla tracciabilità e, allo stesso tempo, ridurrebbe il vantaggio competitivo delle importazioni.
«Non chiediamo di chiudere il mercato – conclude Cobror – ma condizioni che consentano alla nostra industria di competere e investire». Il decreto di recepimento della RED III diventa così uno snodo industriale prima ancora che energetico: fermare la crescita delle biobenzine al 3%, secondo l’associazione, rischierebbe di trasformare una scelta regolatoria in una “tempesta perfetta” per il bioetanolo italiano, trascinando con sé industria dell’alcol e filiera agricola.

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