Quale sarà la valuta del nuovo mondo globalizzato (quando saranno finite le guerre che creano solo fratture, anzi frammentazioni per dirla con gli economisti del Fondo monetario internazionale, della Banca Mondiale e dell’Ocse)?

Resisterà il “vecchio” dollaro che da ottant’anni – dal 1944 con gli accordi di Bretton Woods siglati mentre ancora si combatteva sui vari fronti della Seconda guerra mondiale – regna incontrastato sui mercati e regola i commerci internazionali? Oppure al suo posto subentrerà, partendo dalle economie del Grande Sud dall’Indopacifico alla penisola arabica, lo yuan cinese, il rembimbi che già nel suo nome ricorda di essere la “moneta del popolo”?

O ancora, facendo un balzo nel futuro anzi nel futuribile, le grandi economie alle prese, come si sa, con giganteschi programmi di decarbonizzazione indispensabili per salvare il pianeta, adotteranno una nuova “monnaie carbone” come la chiama e la immagina un gruppo di economisti francesi che, in un documento presentato alla Cop 28 di Dubai (dal 30 novembre al 12 dicembre), “sognano” una valuta non più legata all’oro (prima di Bretton Woods) o al dollaro (dopo Bretton Woods) ma ancorata alla percentuale di CO2 incorporata in tutti i prodotti, dall’agricoltura al tessile, dai detersivi alle automobili?

Difficile che quest’ultima soluzione venga adottata da nuove banche centrali con la nuova “mission” di tenere sotto controllo non più l’inflazione ma i tassi di inquinamento globale. E non è neanche pensabile che il rembimbi scacci il biglietto verde che, invece, appare tuttora come un’ancora di salvezza per Paesi con le economie devastate dall’inflazione dall’Argentina (inflazione al 132%) al Libano (la lira libanese ha perso il 171% del suo valore nell’ultimo anno) fino al Venezuela che si prepara al dopo Chavez (l’anno prossimo ci sono le elezioni presidenziali) ma che intanto sprofonda sotto il 400% di inflazione, quasi una Weimar sudamericana.

Ma andiamo con ordine, cominciando dal tentativo di Xi Jingping, l’autocrate di Pechino di scalzare il dollaro. Usando tutti i mezzi come spiega in un paper il consigliere economico di Natixis Patrick Artus. Intanto creando, prima della Fed, una moneta elettronica, una sorta di cripto-rembimbi che “gira” sui sistemi Blockchain. Poi lanciando il “China international payment system” (Cips) pensato come alternativo al sistema dei pagamenti Swift che dal 1973 gestisce tutte le transazioni internazionali. Nello stesso tempo il regime ha sottoscritto accordi commerciali con diversi paesi del cosiddetto Grande Sud del mondo (Brasile, Arabia Saudita, Emirati arabi) per usare lo yuan (il rembimbi) per tutte le transazioni da e per Pechino. Eppure, come spiega l’economista di Natixis, il rembimbi non ha (e forse non avrà mai) le caratteristiche di una valuta di riserva internazionale (e quindi non rappresenta una vera minaccia per il dollaro).

Per esserlo dovrebbe essere legato a un mercato di obbligazioni sovrane di grandi dimensioni e di grande liquidità. Il debito pubblico americano rappresenta il 120% del pil degli Stato Uniti ed è scambiato in un mercato, quello dei Treasury bond, estremamente liquido. Al contrario il debito pubblico cinese rappresenta il 50% del pil e i suoi bond sono scambiati in un mercato estremamente ristretto e controllato dalle banche e quindi dal potere politico. Infine, va ricordato che una valuta di riserva internazionale deve essere convertibile e il rembimbi non lo è. Bastano queste semplici considerazioni per concludere che il disegno antiamericano di Xi Jingping ha scarsissime probabilità di successo. “Un mondo multipolare di valute non si è ancora visto” conclude Artus di Natixis. C’è sempre una moneta dominante: la sterlina fino alla Prima guerra mondiale e poi il dollaro dopo la Seconda (e Bretton Woods, come abbiamo detto).

Anzi ci sono Paesi dove la dollarizzazione è vista e auspicata come una soluzione ai propri drammatici problemi. Li abbiamo citati prima: il Libano la cui moneta, la lira, si è svalutata del 98% dopo l’esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020; e l’Argentina dove la valuta nazionale, il peso, ha perso il 99,6% del suo valore nel corso degli anni ’90. In Libano, ostaggio delle milizie islamiste filoiraniane di Hezbollah, il pil è crollato del 40% dal 2020 e oggi regge solo grazie alle rimesse degli emigrati che, secondo uno studio dell’Onu, ammontano a 6,8 miliardi di dollari, il 37,6% del Pil.

In Argentina, dove il 19 novembre si vota per il presidente della Repubblica, il candidato populista, l’anarco-capitalista come si autodefinisce Javier Milei (quello che faceva i comizi brandendo una sega elettrica), ha proposto di sostituire il peso con il dollaro. Direttamente. Non si capisce come si possa fare in un paese che ha un pil di 630 miliardi di dollari e uno stock di risparmio privato (soprattutto banconote custodite fuori dal circuito bancario) pari a 371 miliardi di dollari (i dati sono dell’Istat argentino).

Già nel 1992, per scongiurare il default del Paese, l’allora presidente Carlos Menem aveva provato a sostituire il peso ma l’esperimento, come si sa, fallì miseramente nel 2001. “La dollarizzazione” spiega oggi Rodrigo Valdes, direttore del Fmi per il Sudamerica “non può sostituire una politica di bilancio seria e credibile”.

Il dollaro, invece, potrebbe essere sostituito da una nuova valuta internazionale il cui sottostante è rappresentato dai “points carbone” cioè dalla percentuale d’inquinamento di CO2 prodotto da ciascun paese secondo il progetto presentato alla Cop 28 di Dubai da un gruppo di economisti e sociologi francesi forse un po’ sognatori.

Questa nuova valuta che i francesi chiamano naturalmente “monnaie carbone” funziona a grandi linee così. Per ogni paese si stabilisce una massa di “monnaie carbone” pari all’emissione di CO2 prodotta (la cosiddetta “impronta climatica”) e poi si distribuisce questa nuova moneta a tutti gli abitanti in parti uguali. La Francia, per esempio, produce 604milioni di tonnellate di equivalente CO2 e quindi a ciascun francese spettano circa 9mila “points carbone” equivalenti a circa 9mila euro.

La gestione finanziaria di questo processo è identica a quello dell’Iva. Gli eco-economisti francesi fanno questo esempio: una filatura (F) vende il suo tessuto a un’azienda di confezioni (C) che produce jeans che poi vengono ceduti al commerciante finale (D). In un anno la filatura F genera (sommando materia prima, energia, servizi, etc.) 1.800 tonnellate di equivalente CO2 per produrre il tessuto che servirà all’azienda di confezioni (C) per produrre i 100mila jeans che alla fine del ciclo arriveranno al commerciante (D). La manifattura tessile genererà a sua volta 400tonnellate di CO2 arrivando così a 2.200 (1.800 + 400) tonnellate di CO2. Se il commerciante D avrà prodotto a sua volta 100 tonnellate di CO2 per finanziare i suoi servizi commerciali su ogni jeans ci sarà un’etichetta con l’indicazione di 23 “points carbone”. In questo modo l’effetto serra generato dalla produzione del jeans sarà evidente e il consumatore sarà spinto all’acquisto da due leve: il potere d’acquisto e la “sobrieté climatique” come la chiamano gli eco-economisti. Ora, siccome la massa monetaria di “monnaie carbone” distribuita ai cittadini diminuirà ogni anno (in media del 6% in relazione agli obiettivi raggiunti di decarbonizzazione da qui al 2030 o al 2050), è evidente che il consumatore si farà guidare nelle sue scelte d’acquisto dalla “sobrietà climatica”.

Non solo. La “monnaie carbone” è anche un modo per mettere in sicurezza i conti pubblici. Altrimenti la Francia – che è il paese di riferimento dei nostri eco-economisti– dovrà spendere 66miliardi di euro aggiuntivi per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione previsti per il 2030 e sottoscritti nella Cop 21 di Parigi del 2015. Il conto l’ha fatto un economista di solida formazione keynesiana, Jean Pisani-Ferry, una specie di Tito Boeri parigino, quello che ha scritto il primo programma economico di Macron. Oggi Pisani-Ferry considera un sogno la “monnaie carbone” presentata a Dubai, ma i sogni, si sa, a volte…

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.