di Diletta Talenti
Capita di vedere un abito indosso a un influencer, ordinarlo d’istinto, provarlo una sola volta davanti allo specchio e rispedirlo indietro il giorno seguente. Non c’è nulla che non vada nella taglia: è la percezione a tradire, perché il capo che sembrava perfetto in vetrina, addosso, smette di convincere. E ogni reso genera emissioni logistiche e sprechi che il comparto dell’abbigliamento non può più permettersi di trascurare. A questo peso si aggiunge quello dell’invenduto e della sovrapproduzione. Dallo scorso 19 luglio le grandi imprese non possono più destinare “al brucio” ciò che resta sugli scaffali, mentre la normativa europea sulla responsabilità estesa del produttore, l’EPR, dopo aver riguardato plastica, carta, batterie e legno, si affaccia ora anche sul tessile. Parallelamente il fashion-tech si trasforma in un ecosistema sempre più integrato, dove armadio digitale, virtual try-on e sostenibilità si intrecciano lungo tre direttrici: le app consumer dedicate allo stile personale, gli strumenti retail per l’e-commerce e le piattaforme B2B rivolte a brand e designer.
È proprio in questa frattura, dove l’imposizione normativa si traduce in opportunità industriale, che opera Zutre. Nata a fine dicembre 2023 per iniziativa di Giuseppina Li Vigni, la società deve il proprio nome all’acronimo dei nomi dei genitori della fondatrice, un richiamo dal forte valore affettivo. Prima di dedicarsi alla moda tecnologica, Li Vigni ha accumulato quasi quarant’anni di carriera: vent’anni nel settore tecnologico all’interno di una multinazionale metalmeccanica e diciotto nell’ambito ambientale, con l’intermediazione dei rifiuti industriali affidata alla sua LVG Solutions, iscritta all’albo gestori ambientali, autorizzata a movimentare 60.000 tonnellate e proiettata verso le 200.000 entro fine anno.
“Zutre di fatto raccoglie i tre pilastri della mia vita professionale”, rivendica la founder e Ceo. Ed è proprio la competenza sui rifiuti a differenziare il progetto dalle altre app del settore.Best of U è il nome del prodotto destinato al pubblico, disponibile su App Store e Play Store.
L’utente carica i propri capi tramite una foto, scattata a una vetrina, ripresa da un e-commerce o presa in prestito dall’armadio di un’amica, e il sistema ne individua colore, materiale e stagionalità, lasciando poi la possibilità di aggiungere numerose altre informazioni. A partire da questi dati si compongono outfit da provare su un avatar somigliante all’utente, il «Mini-Me». La differenza rispetto ai virtual try-on chiusi dei singoli marchi è sostanziale: qui l’armadio resta aperto e la prova si svolge nell’occasione d’uso reale. “Il concetto è customer centric non brand centric”, puntualizza Li Vigni. Alla base c’è la filosofia dell’acquisto consapevole e della diminuzione dei resi, quella stessa che porta le app di ultima generazione a introdurre indicatori come il «Cost Per Wear» per arginare il «wardrobe waste».Oltre alla proposta per i consumatori, Zutre si muove anche sul fronte B2B, offrendo le funzionalità di Best of U a brand e retailer perché le integrino nei propri e-commerce. «Il nostro obiettivo è concedere queste soluzioni in licenza d’uso alle aziende», rileva Li Vigni. Il ragionamento è di scala: pochi grandi operatori bastano a generare una platea immensa di utenti. La medesima tecnologia si rivolge anche ai negozi fisici. “Vogliamo dare modo di far provare le cose virtualmente all’interno del negozio”, aggiunge. Il nucleo autentico del progetto, tuttavia, si trova altrove: nella tracciabilità successiva all’acquisto, tutelata da un brevetto in deposito.
Dal 2028 la normativa europea renderà obbligatorio un passaporto digitale per ogni capo immesso sul mercato, con la descrizione completa della filiera produttiva. Secondo Li Vigni, il limite risiede nel fatto che quel documento racconta l’origine del prodotto ma non il suo cammino nel tempo. I brand si trovano infatti spesso a dover stimare la durata del capo e il relativo impatto ambientale, assumendosene la responsabilità. «Il nostro obiettivo è certificare la fase post vendita», dichiara. L’idea è trasformare l’utente in protagonista: annotare su una dashboard quante volte un capo viene indossato e con quali abbinamenti, così da restituire ai produttori tanto la tracciabilità della vita reale quanto i dati sui comportamenti d’acquisto. Un capo che resiste vent’anni non ha lo stesso impatto ambientale di uno che, dopo pochi mesi, finisce già tra i rifiuti: ed è su questo elemento che, nella prospettiva di Zutre, si può ricalibrare anche il valore dei marchi.
La società intende inoltre integrare la funzione di scambio di capi fra utenti, con geolocalizzazione per ridurre le distanze delle spedizioni. Il mercato, con le sue app all-in-one che uniscono closet management, AI styling e virtual try-on, sembra dirigersi proprio verso il modello che Zutre sta realizzando, affiancando questa volta chi i vestiti li produce e li commercializza.
















