di Mario Abis

In questi ultimi giorni sono stati diffusi alcuni dati elaborati dal Ministero della Sanità sulla questione giovanile. Nella fascia tra i 15 e i 20 anni, almeno il 30 per cento ha problemi di eccesso di consumo alcolico (in particolare ragazze), oltre il 35 fa uso sistematico di piscofarmaci, oltre il 30 (soprattutto ragazzi) di droghe leggere, oltre il 15 (soprattutto ragazze) ha problemi di anoressia o bulimia… eccetera.

Se l’età si alza (dai 19 ai 24 anni, e quindi nell’età dell’università o dei primi lavori) questi indicatori si stabilizzano o incrementano del 10% circa. E altri spiegano come i giovani entrano nei mondi “esterni”: ad esempio nei primi anni dell’ingresso in università oltre il 25% ha bisogno di un sostegno psicologico; 7/8 anni fa era meno del 5%.

Ricerche di campo di taglio psicosociale descrivono i mondi giovanili come percorsi per la maggioranza da ansia, depressione, attacchi di panico… Se si ruota l’osservazione e si entra nel mondo tipicamente giovanile che è quello dei social media, si delinea un fenomeno diffuso di trasformazioni della personalità che passa attraverso meccanismi più o meno espliciti di falsificazione autorappresentativa, di gestione narcisistica e di pratica (sopratutto maschile) quasi quotidiana di odio e violenza (gli haters nascono da queste parti…) che dalla forma virtuale della rete si estende molto spesso, soprattutto nelle periferie, in pratica fisica della violenza.

Le combinazioni delle diverse forme di realtà giovanile, rappresentata o vissuta, proiettata o diretta, porta a quello che da tempo, soprattutto dopo il Covid, era noto: quella dei giovani è l’età oggi non della “gioia”, come era un tempo, ma del malessere.

Quello che si sta accelerando è l’aspettò psicotico, non solo esistenzale, di queste dinamiche… un malessere che nasce, sono le stesse ricerche che lo dicono, da un senso di solitudine e di abbandono portato dalle stesse famiglie originarie, che a loro volta incubano mille problemi e alterazioni.

Il senso di solitudine, per altro, si accompagna all’idea stessa, mancante, di futuro. Una non-prospettiva che si si allunga dai mondi giovanili alle fasce medio-giovani e poi adulti, e tocca anche le fasce anziane di oltre 65 anni, quelle che rappresentano il 30% della popolazione.

I famosi anziani produttivi e felici sono un bel vecchio spot pubblicitàrio superato dalla nuda realtà: oltre la metà di questi anziani è povera e sola.

La solitudine, spesso senza rimedio, è il vero male oscuro di questa società, della società tutta. Le evidenze di queste dinamiche sono sopratutto metropolitane… e sono evidenze poco consolatorie visto che fra meno di vent’anni il pianeta vivrà per 4/5 in metropoli: metropoli oggi senza un futuro. E per questa società un’idea di futuro non è solo importante per svilupparla, ma è indispensabile per salvarla.