rialzo tassi
Christine Lagarde, Presidente della Bce

Ma davvero l’inflazione è un male per tutti? Certo, il danno è evidente per i lavoratori dipendenti e per i pensionati: l’aumento dei prezzi rappresenta una tassa occulta perché riduce di fatto il potere di acquisto delle famiglie, con l’effetto di scatenare rivendicazioni sul fronte dei salari, almeno quando i lavoratori dispongono di una consistente forza contrattuale. È quanto sta avvenendo in Usa, economia vicina al pieno impiego dove, dopo una lunga stagione di pace sociale, si moltiplicano i conflitti sui salari. La guerra all’inflazione dichiarata dalla Federal Reserve vista da questo punto di vista, è una potente arma a difesa di Main Street, l’economia reale, nei confronti di Wall Street, privilegiata dai tassi vicini allo zero, che consentono di indebitarsi a basso costo.

L’inflazione, però, è un fenomeno che incide sulla ricchezza dei debitori e dei creditori, avvantaggiando i primi sui secondi. Vediamo perché. Chi ha un debito a tasso fisso restituirà a scadenza un importo dal valore nominale già determinato. Nel frattempo, però, l’inflazione ha causato un aumento dei beni e servizi. Questo significa che il valore reale del debito è diminuito. Ne deriva che il creditore riceverà i suoi interessi con un denaro il cui valore, relativamente al prezzo di beni e servizi, è più basso del previsto. Per il debitore, dunque, l’inflazione equivale a uno sconto di fatto sull’onerosità del suo debito. Per il creditore, al contrario, si riduce il valore della somma ricevuta.

L’aumento dell’inflazione, insomma, tende a favorire i debitori. Anzi, la finanza pubblica, il debitore per eccellenza. Lo Stato, nella sua veste di debitore, con l’aumento dell’inflazione alleggerisce il peso reale del suo debito. Con l’aumento dell’inflazione, infatti, cresce il Pil nominale e con esso il gettito fiscale. Nel lungo termine il fenomeno tende ad annullarsi: i creditori, infatti, pretenderanno tassi di interesse più alti per tutelarsi dalla perdita del potere d’acquisto. Ma nel breve-medio termine l’aumento dei prezzi tende ad erodere la parte di debito pubblico che nel frattempo non viene rinnovata. Per l’Italia, che nel corso degli ultimi anni ha portato la duration del debito pubblico oltre i sette anni, il margine è abbastanza considerevole. Di quanto? Nel 2021 l’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani diretto da Carlo Cottarelli calcolò che un’inflazione di 4 punti percentuali superiore alle stime del Def porterebbe il rapporto debito-Pil a essere inferiore di circa 16 punti nei prossimi 5 anni. In seguito, la dinamica del debito sarebbe parallela a quella dello scenario senza shock sui prezzi, mantenendo la differenza di 16 punti quasi costante, perché l’intero stock di debito pubblico sarebbe già stato rinnovato a un tasso d’interesse che incorpora la maggior inflazione. Senza dimenticare che, per ora, la forbice è ancora ampia: a fronte di rendimenti sul decennale attorno al 4%, l’inflazione è più che doppia.

A ridurre l’effetto positivo, però, ci pensa la stretta monetaria che la Bce, sotto la pressione della Fed, sta mettendo in atto, con il risultato di spingere all’insù i rendimenti dei titoli. Non sono esclusi altri “danni collaterali”: se la Bce (da un anno acquirente egemone dei nuovi Btp) procedesse alla riduzione della base monetaria in circolazione e a una minor detenzione di titoli italiani in portafoglio, i problemi di solvibilità del debitore Italia aumenterebbero in maniera esponenziale.

Non è il caso, insomma, di rallegrarsi per i presunti vantaggi dell’inflazione sui conti dell’azienda Italia. Semmai, dopo le brutali perdite di valore subite dai mercati obbligazionari nell’ultimo anno (17 mila miliardi in Bond, Bund e Jgb sfumati), si può ipotizzare un rientro di interesse per gli investitori.