CHRISTINE LAGARDE, PRESIDENTE DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA DURANTE LA CONFERENZA STAMPA DEL CONSIGLIO DIRETTIVO DELLA BCE

La Bce torna a stringere la politica monetaria. Il Consiglio direttivo ha deciso di alzare di 25 punti base tutti e tre i tassi ufficiali, portando quello sui depositi al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sulle operazioni marginali al 2,90%, con effetto dal 16 settembre. Alla base della decisione c’è il nuovo shock energetico provocato dal conflitto in Medio Oriente, che continua ad alimentare pressioni sui prezzi e allontana il ritorno stabile dell’inflazione verso l’obiettivo del 2%.

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Francoforte torna in modalità restrittiva

La mossa segna un nuovo passo nella fase di rialzo dei tassi avviata quest’anno dopo la fiammata dei prezzi energetici. A giugno la Bce aveva già aumentato il costo del denaro di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,25%, mentre a luglio aveva scelto una pausa per valutare l’evoluzione dello shock. Con la decisione di settembre, il deposito sale quindi al 2,50%, il livello su cui i mercati si erano già sostanzialmente posizionati. Il messaggio di Francoforte resta centrato sulla stabilità dei prezzi. La Bce ribadisce che la politica monetaria dovrà essere calibrata in modo da assicurare che l’inflazione torni stabilmente al 2% nel medio termine, senza però preannunciare in anticipo un percorso preciso per i tassi. La formula resta quella delle decisioni prese “riunione per riunione”, sulla base dei dati e dell’evoluzione delle pressioni sui prezzi.

Petrolio sopra 100 dollari, torna l’allarme inflazione

A cambiare il quadro è soprattutto l’energia. Il Brent ha superato nuovamente quota 100 dollari al barile, mentre sono aumentati anche i prezzi del gas e dei prodotti raffinati. Le tensioni sulle rotte del Golfo e l’escalation del conflitto hanno riaperto il timore che lo shock energetico possa trasferirsi ai prezzi di beni e servizi, rendendo più persistente l’inflazione nell’Eurozona. Il problema per la Bce è che la componente di fondo mostra segnali più moderati, ma l’energia può modificare rapidamente le aspettative. A giugno le proiezioni dell’Eurosistema indicavano un’inflazione media al 3% nel 2026, al 2,3% nel 2027 e al 2% nel 2028. Già allora Francoforte aveva rivisto al rialzo le stime proprio per l’aumento dei prezzi energetici legato alla guerra in Medio Oriente.

Mercati: il rialzo era già nei prezzi

Per gli investitori la decisione odierna rappresenta in larga parte una conferma delle attese. Prima dell’annuncio, i mercati consideravano infatti quasi certo un rialzo di un quarto di punto, mentre lo Stoxx Europe 600 si muoveva poco sopra la parità dopo il pesante calo della seduta precedente. L’impennata del petrolio aveva già provocato vendite sull’azionario europeo e una risalita dei rendimenti obbligazionari. La reazione più importante potrebbe quindi arrivare non dalla decisione sui tassi in sé, ma dalle indicazioni sul futuro. Prima della riunione, i mercati monetari prezzavano un livello del tasso Bce intorno al 2,74% entro dicembre, incorporando quindi la possibilità di almeno un’altra stretta entro la fine dell’anno. Alcuni operatori ipotizzano ulteriori rialzi anche nel 2027 se le pressioni energetiche dovessero persistere.

Bond sotto pressione, l’euro resta osservato speciale

Il ritorno dell’inflazione ha già prodotto effetti significativi sul mercato obbligazionario. I rendimenti dei titoli di Stato delle principali economie europee si sono riportati verso livelli pluriennali, mentre il sell-off globale sui bond ha aumentato il costo di finanziamento per governi e imprese. Un ciclo di rialzi più lungo del previsto potrebbe mantenere elevata la pressione sulle scadenze più lunghe e rallentare la discesa dei rendimenti. Sul valutario, l’euro si era mantenuto vicino ai massimi delle ultime due settimane contro il dollaro già nelle ore precedenti alla decisione. Una Bce più aggressiva tende teoricamente a sostenere la moneta unica, ma l’effetto dipenderà soprattutto dal confronto con la Federal Reserve, che a sua volta è attesa nei prossimi giorni a una possibile nuova stretta.

Il conto arriva anche a famiglie e imprese

L’aumento dei tassi si riflette progressivamente sul costo del credito. Un tasso sui depositi al 2,50% rende più costoso il finanziamento per il sistema bancario e tende a mantenere più elevati i tassi applicati a nuovi mutui e prestiti alle imprese. Allo stesso tempo, sostiene la remunerazione della liquidità e può continuare a favorire i margini di interesse delle banche, anche se un costo del denaro elevato può ridurre la domanda di credito. La stessa Bce aveva già osservato a luglio un calo della domanda di mutui, legato sia al peggioramento della fiducia dei consumatori sia all’aumento del costo del denaro. La nuova stretta accentua quindi il difficile equilibrio tra la necessità di contenere l’inflazione e il rischio di comprimere ulteriormente investimenti e consumi.

Ora il mercato guarda a Lagarde

Il rialzo di settembre era ampiamente previsto. La vera informazione per i mercati arriverà quindi dalle parole di Christine Lagarde e dalle nuove indicazioni sull’inflazione. Se Francoforte dovesse segnalare che lo shock energetico è destinato a durare, aumenterebbero le probabilità di un nuovo rialzo entro dicembre. Se invece prevalesse un approccio più prudente e dipendente dai dati, il mercato potrebbe ridimensionare le aspettative di ulteriore tightening.