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La prospettiva di un nuovo rialzo dei tassi della Banca centrale europea non è più soltanto uno scenario: per i mercati è ormai l’ipotesi dominante. A poco più di una settimana dalla riunione del 10 settembre, gli operatori attribuiscono una probabilità superiore al 95% a una stretta da parte di Francoforte, mentre l’inflazione dell’Eurozona è tornata ad accelerare e i rendimenti obbligazionari sono in aumento. A rafforzare le aspettative sono arrivate anche le parole del presidente della Bundesbank Joachim Nagel. Ma il tema va oltre la posizione del banchiere tedesco: la Bce si trova nuovamente davanti al dilemma tra stabilità dei prezzi e crescita, con lo shock energetico che rischia di prolungare la fase dei tassi elevati.

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Inflazione al 3,3%, settembre diventa il mese della stretta

Il dato che ha cambiato il quadro arriva dai prezzi. Secondo le stime Eurostat, ad agosto l’inflazione dell’area euro è salita al 3,3%, dal 2,9% di luglio, allontanandosi nuovamente dall’obiettivo del 2% della Bce. A spingere è stata soprattutto l’energia, con un aumento tendenziale del 14,3%, mentre l’inflazione “core”, al netto di energia, alimentari, alcol e tabacchi, è scesa al 2,4% dal 2,5%. È proprio questa composizione a complicare le scelte di Francoforte: lo shock arriva soprattutto dalle materie prime, ma più a lungo dura, maggiore diventa il rischio che finisca per trasferirsi a salari, servizi e aspettative di inflazione.

Nagel: “I mercati comprendono bene come reagiremo”

Il presidente della Bundesbank Joachim Nagel ha reso esplicita la direzione verso cui sembra muoversi il Consiglio direttivo. “I mercati stanno prezzando una probabilità superiore al 95% che aumenteremo i tassi nella riunione di settembre”, ha spiegato in un’intervista a Le Monde, aggiungendo che gli investitori sembrano comprendere bene la funzione di reazione della Bce. Se venisse deciso un aumento di 25 punti base, il tasso sui depositi salirebbe dall’attuale 2,25% al 2,50%. A luglio Francoforte aveva invece lasciato invariati i tassi dopo la stretta di giugno, ribadendo che le decisioni sarebbero state prese riunione dopo riunione sulla base dei dati.

Dai tassi ai bond, la pressione arriva anche dai mercati

Il problema per la Bce è che la stretta monetaria si inserisce in una fase già difficile per il mercato obbligazionario mondiale. L’aumento del petrolio e le tensioni geopolitiche hanno alimentato una nuova vendita di titoli di Stato, facendo salire i rendimenti a lungo termine negli Stati Uniti e in Europa. Il Bund tedesco decennale ha raggiunto livelli che non si vedevano dal 2011, mentre gli investitori chiedono rendimenti più elevati anche di fronte all’aumento del debito e dell’offerta di obbligazioni pubbliche. Nagel ha riconosciuto che questa dinamica “complica la situazione” della Bce: tassi ufficiali più elevati e costo del debito in aumento sui mercati rischiano infatti di produrre contemporaneamente condizioni finanziarie più restrittive.

Mutui, imprese e debito pubblico: cosa cambia con un altro rialzo

Una nuova stretta avrebbe effetti che vanno ben oltre Francoforte. Tassi più alti tendono a mantenere elevato il costo dei nuovi mutui e finanziamenti, rendono più oneroso il credito per le imprese e aumentano progressivamente la spesa per interessi degli Stati quando il debito viene rifinanziato. Allo stesso tempo, possono sostenere i rendimenti riconosciuti ai risparmiatori sui nuovi titoli obbligazionari e sui prodotti di deposito. Il nodo per la Bce sarà trovare un equilibrio: frenare le aspettative di inflazione senza comprimere eccessivamente un’economia europea che finora ha mostrato una resilienza superiore alle attese, ma resta esposta al costo dell’energia e alle tensioni internazionali.

Dopo settembre la partita resta aperta

Se la decisione del 10 settembre appare ormai ampiamente incorporata nei prezzi di mercato, molto meno chiaro è ciò che potrebbe accadere dopo. Nagel ha sottolineato che oltre la prossima riunione c’è “grande incertezza“, citando la volatilità di petrolio e gas e le oscillazioni dei mercati finanziari. Anche i verbali della Bce mostrano un approccio prudente: Francoforte continua a escludere impegni preventivi su una traiettoria precisa dei tassi. La vera partita dell’autunno sarà quindi capire se il rialzo di settembre rappresenterà una misura sufficiente contro lo shock inflazionistico oppure soltanto una nuova tappa di un ciclo restrittivo tornato improvvisamente al centro della politica monetaria europea.