BCC, una riforma indolore che lascia intatta l’identità locale
Fabio Colombera (Iccrea Banca)

«Le banche di credito cooperativo riusciranno a quadrare il cerchio: razionalizzarsi come sistema, e proseguire nella loro missione»: ne è convinto Fabio Colombera, responsabile dell’area Governo Sviluppo di Iccrea Banca, una delle due holding con le quali si sta riorganizzando l’interno settore. Una missione che, sottolinea, affonda le radici in un patrimonio di valori professionali molto precisi: attenzione al cliente, relazione col territorio. Valori che, a suo dire, «negli anni hanno favorito la coesione sociale, lo sviluppo partecipativo e il benessere diffuso. Vi sono le migliori condizioni per preservare la biodiversità bancaria delle Bcc, indispensabile per garantire il pluralismo dei modi di “fare banca” in Europa. Proteggendo le proprie radici, l’albero crescerà ancora più solido». Sul piano pratico, questo significa per milioni di clienti poter contare su una continuità di relazione e di conoscenza con la propria banca di fiducia che non sconterà gli scossoni tipici dei cambi di assetto o proprietà che hanno scandito il sistema italiano negli ultimi anni, sia per ragioni, diciamo così, volontarie (basti pensare alle tante aggregazioni successive che hanno portato alla nascita dei gruppi Intesa Sanpaolo e Unicredito come li conosciamo) sia forzate da crisi aziendali. Anzi: le Bcc post-riforma dovranno erogare il 95% degli impieghi sul loro territorio, senza “sortite” esterne, e destinare a riserva indivisibile il 70% degli utili. Il tema della riorganizzazione delle Bcc è di scottante attualità, perché in questi mesi stanno scandendosi le fasi di un processo varato dal governo Renzi ma sulla base di una proposta di autoriforma che ha prevenuto il rischio di una normalizzazione violenta di un sistema che non piaceva, tre anni fa, al legislatore. E invece no: alla fine, l’iniziativa della categoria ha placato gli iniziali istinti iconoclasti di Renzi & C.

Una riorganizzazione nata dalla proposta di autoriforma della categoria. Per colombera (ICCREA): «salvaguardata la biodiversità»

Le 315 banche di credito cooperativo e casse rurali che al marzo 2017 operano in Italia si raggrupperanno in due grandi gruppi autonomi, sotto due holding che saranno partecipate da ciascuna di esse per un totale di almeno il 51% e stipuleranno con le holding un “contratto di coesione” che disciplinerà il funzionamento dei due gruppi. Le Bcc rimarranno titolari ciascuna del proprio patrimonio e manterranno gradi di autonomia gestionale in funzione del livello di rischiosità, da sviluppare nell’ambito degli indirizzi strategici e degli accordi operativi concordati con la rispettiva capogruppo, della quale manterranno comunque il controllo societario, detenendone, insieme, la maggioranza del capitale. Insomma, da un lato si salvaguarda la natura cooperativistica dell’insieme delle Bcc e la loro identità locale, dall’altra si crea un vincolo di mutua assistenza che garantirà per la stabilità patrimoniale dell’insieme. La riforma introduce insomma un meccanismo premiale, che consente ad ogni Bcc di restare autonoma ma in misura correlata al proprio grado di rischiosità. è evidente che sta nascendo un assetto “dinamico”, destinato a modificarsi col tempo, ma secondo criteri e lungo binari già noti: è questo che garantisce la stabilità delle competenze che il credito di territorio richiede. Le capogruppo svolgeranno un’azione di direzione e controllo; dovrebbero prevenire eventuali e sempre possibili distorsioni nell’attività di credito, rischio tipico dell’attività territoriale (ci si conosce tutti…); ma sosterranno la capacità della singola Bcc di servire soci e clienti; stimoleranno lo sviluppo dei territori e la capacità di generare reddito della singola Bcc; garantiranno stabilità, liquidità e conformità alle nuove regole dell’unione bancaria.

Le Bcc, dal canto loro, nomineranno gli organi di gestione delle due holding, insomma comanderanno; e le due holding, nell’aprire la minoranza del proprio capitale anche a soggetti esterni al mondo Bcc, dovranno seguire una logica di partnership e individuare, così dice la legge, “soggetti omologhi”. Molti dei futuri aggiustamenti si capiranno tra la fine di quest’anno e il 2018, quando la Banca d’Italia procederà ad un “Aqr” (Asset quality review) su tutte le Banche di credito cooperativo, cioè una valutazione della loro consistenza patrimoniale, in seguito alla quale potrebbe manifestarsi o meno l’opportunità o l’esigenza di nuove dotazioni di patrimonio: e si deciderà come procedere. Il termine obiettivo per la partenza operativa del nuovo sistema sarà il luglio 2018.  Il sistema delle Bcc, ad oggi, conta 315 istituti con 4.290 sportelli, per una raccolta complessiva (da banche e clientela, a cui si aggiungono le obbligazioni) di 195 miliardi di euro e impieghi economici di 132,9 miliardi. Includendo gli impieghi delle banche di secondo livello, si  arriva a 147,8 miliardi, per una quota di mercato dell’8%. Gli impieghi alle imprese totali sono 92,6 miliardi, per una quota di mercato di circa il 10,8% e un patrimonio di 19,9 miliardi. In questo scenario, risalta la consistenza del gruppo di Iccrea Banca, che ha raccolto l’adesione di istituti diffusi in tutta Italia, a differenza del gruppo trentino, più radicato nel quadrante Nord-Est: stiamo parlando di ben 162 Banche di credito cooperative con 2.593 sportelli (il 60% degli sportelli di categoria in Italia), con 10,5 miliardi di fondi propri (il 57% dei fondi propri complessivi del settore) e con 125,7 miliardi di euro di attivi (il 60% del totale di Sistema). Di fatto, il terzo gruppo bancario italiano per numero di sportelli e il quinto per consistenza di attivi. Che si trova in una fase di sviluppo dinamica e positiva, con un inizio del 2017 che, sostiene il direttore generale Leonardo Rubattu, «ha già registrato numeri importanti in termini reddituali».