Riccardo Colombani Segretario Generale First Cisl

Le banche italiane reggono bene l’urto della guerra. Nonostante Intesa Sanpaolo e Unicredit siano  state costrette dalle svalutazioni delle attività russe ad aumentare in misura sensibile le rettifiche sui  crediti, l’andamento dei conti dei primi cinque gruppi del Paese (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco  Bpm, Mps, Bper) denota una notevole resilienza. Preoccupa invece la rapida risalita dello spread sui  titoli di Stato per l’impatto sul patrimonio. E’ quanto emerge dall’analisi condotta dall’Ufficio studi di  First Cisl sui bilanci del primo trimestre del 2022.

Rettifiche in salita, ma l’utile netto tiene  

Le rettifiche sui crediti sono aumentate dell’82,6%. Senza le svalutazioni delle attività russe di  Unicredit e Intesa, il trend sarebbe addirittura opposto, con una forte riduzione delle rettifiche ed una loro incidenza ridotta (2,4%) sui ricavi operativi. Di conseguenza l’utile netto, sceso del 47%, vedrebbe un incremento del 5,6% rispetto al primo trimestre del 2021.

Patrimonializzazione: politiche sui dividendi da rivedere  

Il I trimestre registra una flessione del CET1 ratio, che scende di quasi un punto percentuale rispetto al dato di fine anno. E’ l’effetto combinato di una serie di fattori, tra cui pesano negativamente la  rischiosità delle attività verso la Russia e la riduzione, tra le poste di patrimonio netto, delle riserve da  valutazione, che incorporano l’effetto del deprezzamento di quella parte del portafoglio titoli di  proprietà, le cui variazioni di valore incidono direttamente sul patrimonio. Una tendenza legata  all’aumento dei rendimenti sui titoli di stato, che si è accentuata dopo la chiusura del primo trimestre  e potrebbe protrarsi con ulteriori impatti sulla patrimonializzazione. Situazione analoga per quanto  riguarda il possibile aggravarsi della rischiosità degli asset verso la Russia e, in generale, della gravità  degli effetti collaterali della guerra sull’economia nel suo complesso. Ciò dovrebbe consigliare  maggiore prudenza riguardo a decisioni su dividendi e buy – back.

Aumentano i ricavi, cala ancora il cost/income  

Rispetto al primo trimestre del 2021 prosegue l’incremento dei ricavi core: gli interessi netti  aumentano del 3,1%, le commissioni nette del 2,9%. Dinamiche che, associate alla ulteriore riduzione  del numero degli addetti (- 3,9%) e delle filiali (-11,4%), portano ad un aumento del margine primario  per dipendente del 7,2%. Per la prima volta il cost/income scende sotto al 50%. Cala l’incidenza dei  costi del personale sui proventi operativi, che passa dal 32,5% al 31,2%. Va segnalato che il  cost/income medio dei primi diciassette gruppi bancari europei è del 58%. La divisione Italia di  Unicredit si ferma al 44,2% (46,7% il dato a livello di gruppo), Intesa Sanpaolo al 46,3%. L’aumento dei  ricavi e la riduzione dei costi operativi sono alla base della crescita del risultato di gestione (+ 6,3%) e  del suo valore per dipendente (+ 10,7%).

Salari più alti per premiare la produttività  

«La guerra non ha indotto le banche a modificare la loro politica di distribuzione di dividendi e  acquisto di azioni proprie – commenta il segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani – anche se i primi effetti sul patrimonio della risalita dello spread dovrebbero consigliare prudenza. E’ un  campanello d’allarme per il nostro Paese, impegnato nel negoziato per la definizione del terzo pilastro dell’Unione bancaria europea, quello sull’assicurazione comune dei depositi. L’elevata presenza di  titoli di Stato nei bilanci delle banche italiane non può costituire un fattore di penalizzazione. Vanno  quindi contenute – sottolinea Colombani – le spinte in tal senso dei paesi “rigoristi”, anche se in  prospettiva l’unica soluzione è la condivisione del debito a livello europeo. Da parte loro le banche  non possono proseguire nella strategia di compressione dei costi, evidenziata dalla discesa sotto il  50% del cost/income, dato nettamente inferiore alla media europea, e dalla continua chiusura di filiali. Serve un’inversione di tendenza – conclude – la produttività del lavoro, in continua crescita, va  riconosciuta con adeguati incrementi salariali».