Thomas Avolio, principal di RedFish

Nel prossimo decennio, tra il 2030 e il 2035, ci troveremo immersi in un contesto in cui l’automazione industriale e l’intelligenza artificiale avranno raggiunto livelli di perfezionamento tali da trasformare radicalmente il mondo del lavoro. Questo fenomeno, in continuità con le grandi transizioni della storia – come la prima e la seconda rivoluzione industriale – porterà a una progressiva tolleranza verso livelli di disoccupazione più elevati, in quanto strutturalmente integrati in una nuova forma di organizzazione economica. Già oggi assistiamo a un avanzamento costante della robotica nelle linee produttive. Ma la vera discontinuità risiede nell’irruzione dell’intelligenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati alle professioni del terziario avanzato. Settori come quello legale, finanziario e consulenziale stanno già sperimentando una trasformazione: compiti ripetitivi, ma anche sempre più analitici e strategici, vengono affidati a sistemi di AI capaci di interpretare documenti, fare previsioni, fornire consulenze in tempo reale e con un grado di precisione crescente. Questo significa che il ridimensionamento del terziario sarà una tappa inevitabile, così come avvenne nel settore manifatturiero negli anni Novanta con la diffusione dell’informatica. In questa transizione, un numero crescente di persone si troverà semplicemente “non necessario” dal punto di vista produttivo. Non si tratta più, come nel passato, di riqualificare masse di lavoratori per nuovi impieghi: la velocità del cambiamento e l’automazione di processi cognitivi non lasceranno spazio sufficiente per un assorbimento tradizionale. Di conseguenza, si impone una riflessione profonda su quale forma debba assumere la società e su quale debba essere il ruolo dello Stato.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Da un lato, le imprese – specialmente quelle capaci di integrare AI e automazione – registreranno margini di profitto sempre più elevati. Dall’altro, la capacità di spesa della popolazione rischia di contrarsi se il lavoro, com’è stato per secoli, non sarà più la fonte primaria di reddito. Da qui l’urgenza di rivedere le politiche redistributive. Il concetto di “reddito universale” non sarà più un’utopia da convegni progressisti, ma una necessità concreta per sostenere la domanda interna. Senza interventi pubblici mirati, non si potrà evitare un’implosione sociale derivante dal divario crescente tra capitali e forza lavoro. Parallelamente, dovrà cambiare anche il modo in cui concepiamo il reddito personale. Se fino a ieri si lavorava per una multinazionale come Amazon percependo uno stipendio, domani sarà sempre più importante “partecipare” al successo di queste aziende come investitori.

L’accumulazione dei risparmi privati dovrà essere incentivata tramite defiscalizzazioni mirate, canali di investimento trasparenti, regolamentazioni dei mercati dei capitali globali e strumenti di partecipazione semplificata. In questo senso, lo Stato avrà il compito di agevolare l’accesso al mercato azionario anche da parte dei piccoli risparmiatori, spingendo le imprese a quotarsi e aprirsi al capitale diffuso. L’altro asse fondamentale sarà quello dell’istruzione.

Con più tempo libero e meno possibilità di impiego, le persone dovranno essere educate alla cittadinanza attiva, all’arte, alla cultura, al vivere consapevole. Dovranno riscoprire la bellezza del sapere fine a sé stesso, l’impegno civile, la creatività e la cooperazione. La scuola e l’università del futuro non dovranno più essere orientate esclusivamente alla preparazione al lavoro, ma alla formazione di esseri umani completi, capaci di interpretare e vivere una nuova epoca. Insomma, ci stiamo avvicinando a un punto di rottura. La tecnologia, se non guidata da una nuova architettura sociale, rischia di creare più disuguaglianze che benessere. Ma se affrontata con lucidità e visione, può aprire le porte a una società post-lavorativa, fondata sulla redistribuzione, sulla partecipazione al capitale e su un nuovo umanesimo. La domanda che resta aperta è: sapremo affrontare questo cambiamento con il coraggio politico e culturale che richiede?