Money never sleeps. Il denaro non dorme mai. All’epoca – si era all’inizio degli anni Dieci – non ce ne eravamo accorti, ma quella famosissima battuta del mitico Gordon Gekko (l’attore Michael Douglas), il cattivissimo protagonista del film “Wall Street” di Oliver Stone, non era altro che il primo slogan popolare, quasi la bandiera della ormai consolidata globalizzazione (il film è del 2010 e la Cina era già nel Wto, l’organizzazione mondiale del commercio dal 2001, l’anno delle Torri Gemelle).

Il denaro non dorme mai, ma a Wall Street la Borsa più famosa del mondo dove ogni giorno si scambiano i titoli di 3.500 società quotate (oltre a un numero infinito di altri prodotti finanziari), ha ancora orari da ufficio tradizionale, dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio. Dopo di che il mitico “floor” newyorchese si svuota anche se le transazioni continuano e le macchine (ora guidate dall’IA, l’intelligenza artificiale) proseguono nel loro lavoro di “trading on line” quasi inseguendo le offerte di certe piattaforme come Robinhood e Interactive Brokers, nate ovviamente nella Silicon Valley, che continuano a offrire servizi fuori dall’orario ufficiale di contrattazione.

Ma come? Il denaro non dorme mai mentre il floor di Wall Street si svuota “at five” e mentre il guru di Open AI, Sam Altman (ne parliamo subito dopo) mette a punto i suoi investimenti in 125 start-up di Intelligenza artificiale. Ma forse anche questo sta per finire.  Infatti, la società che gestisce la Borsa americana, la Nyse New York Stock Exchange, ha appena lanciato una consultazione tra tutti gli addetti al floor, trader e agenti, per sentire la loro opinione sulla proposta di “non far dormire mai il denaro”, di lavorare 24 ore al giorno, sette giorni su sette, come suggerito, tra l’altro, dal dossier “24 Exchange” presentato alla Sec, la Consob americana, proprio nelle stesse settimane del sondaggio (a inizio maggio), dall’hedge fund Point72 Venture di proprietà di un gigante della finanza, Steve Cohen, che ha un patrimonio personale valutato da Forbes in 13,6 miliardi di dollari, proprietario della squadra di baseball di New York e di una collezione personale di arte moderna da un miliardo di dollari. Cohen ha già una sua piattaforma (si chiama 24X) basata alle Bermuda che opera ininterrottamente, 24 ore su 24, su alcuni prodotti finanziari (derivati e criptomonete), ma ora chiede di poterlo fare direttamente dalla piazza di Wall Street, naturalmente aperta giorno e notte.

Accontentare mister Cohen e la gran parte degli operatori non dovrebbe essere difficile, anche se qualcuno comincia a far notare che il sistema è costruito in modo che i prezzi di riferimento (da cui partono le contrattazioni) siano fissati all’apertura dei mercati mentre i volumi (sostenuti dalla liquidità) hanno per loro natura la tendenza a concentrarsi o alle prime ore di apertura o negli ultimi minuti prima della chiusura. Per le “blue chips”, i titoli più scambiati come Apple Tesla o Nvidia, il problema-liquidità non si pone (anche nel caso di trading continuato, giorno e notte), ma lo stesso non si può dire per le altre migliaia di società quotate a Wall Street.

Il fatto è che sia sulla piazza americana sia su quelle europee (Londra e Parigi, soprattutto), la gran parte dei volumi degli scambi si concentra negli ultimi dieci minuti della giornata. E il fenomeno si è ormai consolidato con lo sviluppo dei cosiddetti “fondi indicizzati quotati” che rappresentano più di 11.500 miliardi di scambi secondo Bloomberg. “I prezzi di chiusura servono come riferimento per la valorizzazione dei portafogli” si legge in uno studio curato dall’università di Francoforte e dagli economisti di Deutsche Bank sulla base dei dati delle Borse di Londra Francoforte e Parigi.

La conclusione è che la concentrazione di liquidità nell’ultima parte della giornata borsistica non spinge a tenere i mercati sempre aperti giorno e notte, a meno che non arrivi una qualche soluzione dall’Intelligenza artificiale, magari da una delle 125 start-up su cui sta investendo Sam Altman. Continuate a leggere.

Le 125 start-up di Sam Altman

Il settore cosiddetto Fintech, insieme con l’energia e le bioscienze, è quello più frequentato da questo ingegnere di 38 anni, diventato una vera celebrity della Silicon Valley (leggendario il suo scontro con i dirigenti di OpenAI che prima lo hanno licenziato e poi sono stati costretti  – dall’azionista Microsoft/Bill –   a riprenderselo con tutti gli onori e una super-dotazione finanziaria).

Sam Altman ha investito, come dicevamo prima, in 125 start-up e insieme con il fratello ha creato un fondo d’investimento, Hydrazine Capital, che è diventato una specie di portale aperto sul mondo globale delle tecnologie. Diamogli uno sguardo. C’è Helion Energy, una start-up basata a Everett nello stato di Washington, che ha promesso di realizzare una centrale nucleare da 50 megawatt entro il 2028 (e che venderà energia elettrica a Microsoft, azionista numero uno di OpenAI).

Poi c’è una partecipazione (da 205milion di dollari) in Neuralink, la start-up creata da Elon Musk (con cui i rapporti sono pessimi) che ha impiantato un chip nel cervello di un essere umano e chissà cosa ha in programma per il prossimo futuro. Ancora: una start-up da 700milioni di dollari che ha promesso di realizzare entro il 2030 un aereo commerciale supersonico per la rotta New York-Londra. Infine, una serie di start-up concentrate sulla transizione energetica (per esempio, Kobold Metals che ha appena scoperto una miniera di rame nello Zambia), sulle biotecnologie (Retro Biosciences a San Francisco che studia l’invecchiamento umano) e la finanza, come si diceva prima, perché alla fine sono i dollari il motore del mondo globale. Come ci fa capire la straordinaria carriera di un personaggio globale come la cantante americana Taylor Swift.

Quanto voti vale la regina del pop Taylor Swift

Leggete queste cifre. Nel giugno 2017 Forbes stimò le ricchezze di Taylor Swift (che il 13 e il 14 luglio è a Milano, a San Siro, dopo aver entusiasmato i parigini dal 9 al 12 maggio all’Arena Defense, 45mila posti coperti) in 280 milioni di dollari; 320 milioni nel 2018; 360 nel 2019; 365 nel 2020; 550 nel 2021; 570 nel 2022; 740 nel 2023 e, infine, 1,1 miliardi di dollari nell’ottobre dello stesso anno. Duecento milioni di dischi venduti, 14 Grammy Awards, “Personalità dell’anno” sulla copertina di Time magazine nel 2023, milioni di fan, ribattezzatesi “Swifties”, che la seguono ovunque, questa trentenne di Nashville, Pennsylvania, che ha cominciato con la musica americana più tradizionale, il country (amatissimo dagli americani più conservatori, quelli del Make America Great Again) e diventata regina del pop globale, oggi è anche un personaggio-chiave della politica degli Stati Uniti.

Perché un suo endorsement, dicono analisti e sondaggisti, può spostare milioni di voti. Verso Trump (che, come tutti i conservatori, ama il country) o verso Biden (che, da bravo democratico, preferisce la musica pop).

Per la verità Taylor Swift finora è stata attentissima a non schierarsi ufficialmente, seguendo l’esempio del collega Garth Brooks, re assoluto del country (157 milioni di dischi, secondo solo a Elvis Presley). Solo nel 2020 ha concesso l’utilizzo della sua canzone “Only the young” per uno spot del partito democratico e tanto le è bastato per sentirsi accusare di “tradimento” dai seguaci di Trump.

Pensate, l’università di Parigi 1- Pantheon- Sorbona, ha fatto uno studio sugli effetti di un eventuale endorsement della cantante con i lustrini tipici della musica country (ma ora si tratta di lustrini firmati Versace) in un “mercato elettorale” bloccato in cui il risultato delle elezioni presidenziali si gioca in pochissimi “swing states” come l’Arizona e il Michigan nel 2020. Per ora, nelle 152 tappe del tour mondiale (un miliardo di dollari d’incasso), Taylor Swift preferisce tacere. Per non perdere fans e accontentare tutti.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.

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