Autostrade per l'Italia, dopo l'accordo serve l'autopsia: è un disastro

Il crollo del ponte Morandi non è stata solo una tragedia dal punto di vista umano, ma un vero e proprio disastro sotto molti altri profili. Da giornali e TV si odono solo canti di vittoria per come è finita, sempre che sia finita, ma la verità è che oltre la propaganda non c’è niente da festeggiare. Anzi, è il caso di fare un’autopsia per capire cosa sia successo. Possiamo cominciare a farci qualche domanda proprio da quel ponte che si è afflosciato, come fosse fatto di carte, durante un temporale. Sono anni che amministratori indipendenti, consulenti ed esperti si riuniscono, predispongono matrici di grande complessità, calcolano percentuali valutano impatti.

In una società che gestisce autostrade anche un bambino delle elementari avrebbe detto che una cosa non deve succedere a qualunque costo: che crollino un ponte o una galleria. E infatti che il ponte fosse a rischio lo sapevano sia la società che il Ministero, tanto che dei lavori erano stati fatti, altri erano stati programmati, e sembra esista un certo carteggio sull’argomento tra i due soggetti. Oltre alla responsabilità di ASPI, che si sarebbe dovuta attivare con interventi di manutenzione, riduzione del traffico o altro, anche il Ministero non è esente da colpe, visto che doveva vigilare sul rispetto dei termini della concessione. Ancora più incredibile è che nella narrazione degli ultimi due anni al Ministero non sia mai stato dato alcun ruolo nella vicenda. Restando sul tema della comunicazione è innegabile l’incapacità dimostrata da ASPI nel reagire al disastro.

La società è stata subito condannata dal governo e dai media, e la colpa è passata, come per osmosi, agli azionisti di maggioranza, i Benetton. A questa equazione non c’è mai stata, praticamente, nessuna risposta, lasciando che si accreditasse questa versione senza dare una spiegazione. Il fiasco comunicativo e l’attacco fazioso del governo hanno messo le condizioni per una sola soluzione l’uscita dei Benetton da ASPI. Confondere la responsabilità per la gestione della società con quella dell’azionista sarebbe costato la cattedra ad un professore di diritto.. Un avvocato avrebbe chiesto un giudice, un processo e considerato l’imputato, anche fortemente indiziato, o perfino reo confesso, innocente fino alla pronuncia di una sentenza definitiva. Invece ad un politico tutto e concesso, per cui il governo ha insistito per due anni sulla colpevolezza dei Benetton con il corollario della revoca della concessione.

Evidentemente il valore della popolarità era superiore al prezzo di perdere la residua onestà intellettuale. I Benetton sono stati dipinti come degli avidi speculatori che taglieggiavano gli automobilisti e non facevano investimenti e manutenzione. A questo proposito ci sono due domande a cui qualcuno dovrebbe rispondere: dov’era il Ministero che doveva verificare, ed eventualmente contestare, quanto previsto dalla concessione? La scadenza della concessione di 2.854,6 Km di Autostrade per l’Italia è fissata al 31 dicembre 2038. Certamente un concessionario tende a lesinare la manutenzione in prossimità della fine del contratto, ma con davanti 20 anni di gestione, veramente si può pensare che ci fosse un piano per truffare lo Stato e spolpare la società a scapito dei clienti? ASPI è controllata all’88,06% da Atlantia, mentre la quota della famiglia Benetton in Atlantia, esercitata attraverso la subholding Sintonia è del 30,25%, con un flottante superiore al 45%.

Di Benetton in consiglio ne sedeva uno, Gilberto, deceduto il 22 ottobre 2018, posto ora occupato da Sabrina. Gli altri 13 consiglieri di amministrazione non contavano proprio niente? Certamente le responsabilità della famiglia Benetton sono innegabili, ma tutte riconducibili al loro ruolo di azionisti di riferimento: la nomina del Consiglio di Amministrazione, la scelta dell’Amministratore Delegato, l’approvazione della politica di remunerazione. La revoca della concessione è apparsa subito agli occhi del governo, e in particolare dalla componente pentastellata, come la giusta punizione dei “cattivi”, condannati immediatamente, non solo senza processo, ma anche prima di sapere come erano andate le cose, a questo infatti serve un capro espiatorio. Nelle ultime settimane è stata ripetuta incessantemente la minaccia di revoca della concessione, una decisione che sarebbe stata una tragedia non solo per Atlantia, ma soprattutto per il danno che avrebbe causato ai suoi creditori, a cominciare Intesa, MPS e CdP, che avrebbero subito perdite per miliardi, a coprire le quali, naturalmente, in qualche modo avrebbe dovuto provvedere lo Stato.

Senza parlare del blocco degli investimenti previsti dalla società, proprio nel momento in cui si cerca di rianimare l’economia dopo l’emergenza sanitaria, e delle migliaia di dipendenti che avrebbero rischiato di rimanere senza stipendio. Si è rischiata una causa decennale da 23 miliardi tra il concessionario, che sarebbe arrivato con tutti i migliori avocati d’Italia e d’Europa, e l’Avvocatura dello Stato, che aveva già messo nero su bianco il rischio di soccombenza. Anche qui il governo, con manovra ardita, ha infilato l’ultimo dell’anno nel “Decreto milleproroghe” un codicillo per ridurre a 7 miliardi l’indennizzo dovuto a ASPI. Il danno di questa decisione lo pagheremo per decenni. I già pochi investitori esteri, che vedono l’Italia come un paese dove non possono contare sul rispetto del diritto, ci penseranno bene prima di investire in Italia, visto che sanno che un governo che può cambiare a suo favore una legge quando vuole.

Ma soprattutto si è persa un’occasione d’oro per risolvere il problema Alitalia. Atlantia controlla Aeroporti di Roma, lo scalo di armamento di Alitalia, e nel luglio 2019 aveva dato la propria disponibilità a sottoscrivere una quota del 30/35% del capitale della compagnia aerea. Anche se tutti l’avrebbero negato e fatto passare per un investimento industriale interessante, con gli utili delle autostrade si sarebbero coperte le perdite di Alitalia. Sulla pelle dei morti invece si è giocata una costosa partita di propaganda che si avvia verso una soluzione ancora una volta disastrosa dal punto di vista economico e industriale. Atlantia è uno dei pochi grandi gruppi industriali italiani, gestisce infrastrutture, oltre che in Italia, in Francia, Spagna, Brasile Argentina e Cile. Con la prossima uscita di ASPI dal gruppo andrà in fumo un’altra realtà di cui avremmo potuto essere orgogliosi. Non essendo più l’Italia strategica anche gli interessi e gli investimenti si sposteranno altrove. E veniamo, infine, al macchinoso meccanismo di uscita dei Benetton da ASPI.

Senza ripercorrere i dettagli, alla fine, chi ci metterà i soldi sarà CdP, che naturalmente non investe fondi propri raccolti da ricchi azionisti, ma i risparmi della parte meno abbiente della popolazione italiane. Sono persone che devono essere tutelate, assicurando il rimborso del capitale e un discreto profitto, non usate per manovre politiche. I circa tre miliardi che saranno investiti in ASPI sono risorse sottratte ad altri investimenti produttivi proprio nel momento in cui si sta cercando di mobilizzare tutto ogni euro disponibile, quindi non proprio la migliore delle scelte. A parità di rischio viene da chiedersi perché CdP dovrebbe accertare un rendimento per i propri investitori inferiore a quello ottenuto dai vituperati Bentton per devolverlo agli automobilisti? E soprattutto, perché dovrebbero farlo gli altri investitori istituzionali ai quali CdP potrà cedere un parte del proprio pacchetto di azioni?

Infine, bisogna considerare che insito regime concessorio c’è la garanzia di un ritorno sull’investimento nel periodo di concessione. Si sta facendo credere che con questa operazione le tariffe autostradale diminuiranno, e quindi anche il profitto per il concessionario, omettendo di dire che il minor rendimento di oggi verrà recuperato negli ultimi anni della concessione. Da qualunque parte la si guardi ASPI ci racconta un Italia autolesionista, incapace di una visione industriale, vittima di slogan vuoti.

* Managing Partner di Governance Advisors e  Amministratore Indipendente, si occupa da oltre 15 anni di consulenza di corporate governance per società quotate, multinazionali e imprenditoriali