Il sostantivo ‘loaf’ in inglese vuole dire ‘pagnotta’. Quando invece è usato come un verbo—‘to loaf’—cambia totalmente senso e assume il significato di ‘bighellonare’, ciondolare senza fare niente di particolare, specialmente quando si dovrebbe essere piuttosto impegnati in qualcosa di utile…

Il fenomeno, il fannullonismo sul lavoro, è oggetto di studio. Come tale, si trasforma nei testi accademici nel marginalmente più elegante ‘social loafing’, ma sempre con il senso di evitare la fatica. Tecnicamente, è la situazione che si verifica quando qualche membro di un gruppo di lavoro inizia a impegnarsi di meno perché sa che l’attività degli altri lo coprirà.

Il meccanismo è familiare a chiunque lavori insieme ad altri su un progetto congiunto. C’è sempre qualcuno che s’impegna meno dei colleghi. Nel caso però, almeno nella collaborazione ‘umana’, ci sono dei correttivi. Questi passano dal semplice sdegno dei compagni davanti al compito malfatto, per arrivare in casi estremi perfino al sabotaggio—come tendere delle trappole per mettere ‘l’anello debole’ in cattiva luce.

Un’interessante ricerca fatta da un’équipe della Technische Universität di Berlino ha recentemente cercato di determinare se il fenomeno di social loafing sia presente anche nei gruppi di lavoro ‘misti’ tra esseri umani e robot: in altre parole, se gli umani tendono a ‘lasciarsi andare’ maggiormente quando sanno che un sistema automatico svolge in parallelo gli stessi compiti.

L’esperimento si è svolto partendo da una tipica attività industriale, il controllo di qualità: nel caso specifico, la ricerca di difetti di fabbricazione nelle schede elettroniche. È emerso, forse non a sorpresa, che l’equipe di persone informate del precedente controllo ‘robotico’ ha poi identificato un minore numero di difetti di fabbricazione (3,3) rispetto agli appartenenti a un secondo gruppo di lavoro che, ignari del controllo robotico del componente sotto esame, ha poi riscontrato mediamente 4,2 dei 5 difetti da scoprire.

Secondo l’analisi dei risultati condotta dai ricercatori tedeschi: “Ciò suggerisce che i partecipanti potrebbero avere esaminato le schede con minore attenzione quando sapevano di lavorare con un partner robotico”.  Secondo quanto riferito, l’impegno ‘fisico’ della ricerca dei difetti sarebbe stato lo stesso per entrambi i gruppi di lavoro, mentre “appare che il controllo sia stato condotto con uno sforzo mentale minore” quando i soggetti sapevano di potere contare sulla ‘copertura’ robotica.

È interessante osservare che può succedere anche il contrario di quanto descritto finora, come sa chiunque lavori a correggere gli—spesso esilaranti—errori che emergono dalle traduzioni automatiche fatte dai computer. Il problema è che i calcolatori non si vergognano dei loro misfatti, non arrossiscono davanti alle prove della propria scarsa prestazione. Una vera collaborazione tra le persone e le macchine intelligenti si avrà solo quando scopriremo come ‘mettere in imbarazzo’ un circuito stampato…

Di James Hansen da “Nota Diplomatica”