concordato biennale

Assemblea Confartigianato 2023: fisco, costo del denaro, caro-energia, burocrazia, carenza di manodopera sono tra i maggiori oneri che frenano la corsa dei 4,5 milioni di micro e piccole imprese italiane impegnate a reagire sul fronte dell’occupazione, della sostenibilità e delle esportazioni. Il loro “peso” complessivo è infatti di circa 63 miliardi. A dirlo è il Rapporto che Confartigianato ha presentato oggi alla propria Assemblea e che fotografa un habitat “poco favorevole per gli imprenditori che si sforzano di agganciare la ripresa”. A cominciare dalla pressione fiscale che nel 2023 fa registrare 28,8 miliardi di maggiore tassazione su cittadini e imprese italiani rispetto all’Eurozona, pari a 488 euro pro capite in più. Al peso del fisco si aggiunge la batosta del caro-bollette: nell’ultimo anno il costo dell’energia elettrica per una Pmi italiana è superiore del 35,6 per cento rispetto alla media europea, mentre il costo del gas supera del 31,7 per cento la media Ue.

Assemblea Confartigianato 2023: il peso della burocrazia sugli investimenti

Sulla competitività delle nostre imprese pesa anche il costo del denaro: a causa della stretta monetaria e del caro-tassi, le piccole imprese, tra luglio 2022 e luglio 2023, hanno pagato 7,4 miliardi di maggiori oneri finanziari. A drenare risorse anche l’impatto della burocrazia sugli investimenti delle imprese che pesa lo 0,82 per cento del Pil, pari, quest’anno, a 16,8 miliardi di mancata crescita. Secondo l’indicatore di maggiore pressione burocratica sulle imprese elaborato da Confartigianato, l’Italia si colloca al terzo posto tra i 27 paesi Ue, dietro a Romania e Grecia e davanti a Francia (quarto posto), mentre sono in posizioni migliori la Spagna (sesto posto) e la Germania (diciottesimo posto). Gli sforzi dei piccoli imprenditori per agganciare la ripresa sono ostacolati anche dal gap scuola-lavoro all’origine della carenza di manodopera qualificata. Le aziende sono “alla ricerca del talento perduto” e il costo della difficoltà di reperimento di personale per le piccole imprese è di 10,2 miliardi di euro di valore aggiunto persi per i posti di lavoro che rimangono scoperti per oltre sei mesi. Tutto questo a fronte del grande spreco rappresentato da 1,5 milioni di giovani 25-34 anni che non si offrono sul mercato del lavoro. Un numero che assegna all’Italia il primato negativo nell’Unione europea per giovani inattivi.