di Gaetano Stella

Il prossimo 25 settembre oltre 1,4 milioni di liberi professionisti si recherà alle urne per eleggere un Parlamento più snello rispetto al passato (400 deputati alla Camera e 200 senatori a Palazzo Madama) che darà vita alla XIX legislatura da cui scaturirà il nuovo Governo. Un’attesa rovente – non solo per il caldo torrido che ha accompagnato un’inedita campagna elettorale “balneare” – che si consuma tra speranze e apprensione. Perché il compito che attende il nuovo esecutivo è oggettivamente impegnativo sotto tutti i punti di vista: politico, economico e sociale.

In uno scenario economico caratterizzato da un debito pubblico che oscilla intorno ai 2 mila 750 miliardi di euro, un rapporto debito/Pil al 150%, cresciuto di 300 miliardi in tre anni, e un quadro macroeconomico segnato da un preoccupante rallentamento dell’economia e dal vertiginoso aumento dell’inflazione, la nuova compagine di governo è chiamata anzitutto a garantire stabilità. La credibilità raggiunta dal nostro Paese, sotto la spinta di Mario Draghi, sui mercati finanziari e nelle istituzioni europee è un asset che non possiamo assolutamente sprecare. Un brusco cambio di rotta potrebbe determinare un deterioramento della finanza pubblica, soprattutto adesso che è venuto meno lo scudo della Bce e la stretta monetaria decisa a fine luglio avrà certamente ripercussioni sul costo del finanziamento del debito pubblico italiano.

Il primo banco di prova sarà la legge di bilancio, su cui pende la spada di Damocle dell’esercizio provvisorio (e quindi maggiori vincoli di spesa), se non si riuscirà a varare la manovra entro la fine dell’anno. Un’altra partita ancor più decisiva si giocherà su Pnrr e riforme. In ballo c’è la terza tranche del Piano da 21 miliardi di euro che la Commissione europea dovrà finanziare entro il prossimo 31 dicembre, se saranno raggiunti i 55 obiettivi fissati nel cronoprogramma. A queste risorse del Next Generation Ue si agganciano la riforma della concorrenza, della giustizia e del fisco, rimaste in bilico dopo la caduta del governo Draghi, insieme ai decreti attuativi del codice appalti, del processo civile e penale entro dicembre. Riforme che hanno un grosso impatto anche sulle professioni.

Ci sono poi altri provvedimenti che quasi sicuramente non riusciranno a vedere la luce in quest’ultimo scorcio di legislatura. Il taglio del cuneo fiscale promesso da Draghi appare in salita e pure il piano sulla banda larga (cui il mondo degli studi professionali guarda con grande attenzione) è in bilico, mentre la disciplina sull’equo compenso delle prestazioni professionali, dopo 10 anni di discussioni parlamentari, è destinata a ripartire da zero con la prossima legislatura, nell’auspicio che il nuovo Parlamento riesca a rimuovere le criticità che Confprofessioni ha segnalato a più riprese: dal quadro sanzionatorio a carico del professionista alla regolamentazione economica delle attività professionali affidata agli ordini.

C’è poi un’altra questione che è sempre passata sottotraccia nelle ultime legislature e che finora ha impedito ai professionisti di accedere a una buona parte di agevolazioni e finanziamenti stanziati a favore del settore produttivo: l’imprenditorialità del professionista. L’accesso ai bandi della P.A. in molti casi è ancora subordinato all’iscrizione alle camere di commercio, requisito che di fatto esclude i professionisti iscritti ad un albo professionale e che determina un’ingiustificata discriminazione di un ampio settore economico della nostra economia. Si tratta di un tema fortemente sostenuto da Confprofessioni che già nella passata legislatura aveva proposto l’equiparazione dell’iscrizione agli albi a quella delle camere di commercio, in linea con il diritto europeo che equipara la nozione di microimpresa e libero professionista. Una misura attesa da milioni di professionisti, che il 25 settembre andranno a votare.