Born to set it right - hides scents - 9 lastre di alluminio con incisioni in codice Morse - 2022 Diana Pintaldi

Il mondo dell’arte contemporanea vive un momento di passaggio e forse, in connubio con alcune potenzialità delle nuove tecnologie, di maggiore, rinnovata, visibilità. Al suo interno gli artisti si muovono invece come sempre come api nell’alveare in un’incessante ricerca che regala non di rado exploit di senso ai suoi fruitori. È il caso della giovane artista romana Diana Pintaldi, che si esprime artisticamente dal 2014, ma che registra oggi un deciso punto di volta nel suo percorso.

Diana Pintaldi, la tela bianca non ti basta più. Cosa è successo e dove stai andando?

C’è stato un momento, dopo la mia esperienza di Atelier al Macro di Roma nel 2019, in cui sentivo che qualsiasi opera cominciassi, qualsiasi movimento sovrapposto e in successione rappresentassi, avrebbe avuto comunque due grandi limiti: lo spazio e il tempo. Non avrei potuto rappresentarlo per sempre e non avrei avuto infinito spazio per tracciarlo. Era lì, incastrato in uno zootropo, con un inizio e una fine limitati e sempre uguali. Fin dai miei inizi, ho spesso usato più tele per comporre un’opera, dipingevo oltre i bordi. In particolare, nell’esperimento “back side right side”, un’opera incompleta su tre tele del 2016, ho rappresentando sul retro delle tele tre personaggi in una cabina di un treno e, sul fronte, la loro visuale dalla cabina del treno verso il panorama esterno in movimento. Progressivamente, lavorare sul retro della tela è diventata un’abitudine, la superficie di quel colore grezzo mi dava l’idea opposta, ossia di un supporto antico, vissuto. Ma non era abbastanza. Dovevo trovare trame vere e proprie. È stato un punto di rottura inevitabile e che ritardavo da tempo. Ho avuto in concessione da mia madre il tappeto che mia nonna teneva sotto il pianoforte. Si chiamava Lidia Borriello, non l’ho conosciuta, era pianista, concertista e insegnante al conservatorio di Santa Cecilia. Su quel tappeto, che ha ascoltato ore e ore di musica e su cui hanno camminato i grandi cantanti lirici di quegli anni, ho cucito l’ultima tela che avevo realizzato al Macro… è stato un inferno, ho impiegato più di quattordici mesi a cucire insieme tutti gli elementi che ora costituiscono “19.3.2’25”. Non sopportavo più di lavorarci, e quando l’opera era completa… mi è cominciato a mancare tutto quel lavoro realizzato sopra. È un’opera dove passato, presente e futuro sono in contatto, collegati e compresenti. Ed è stato realizzando quell’opera che ho capito: la tela bianca non esiste! Forse non è mai esistita, o forse è esistita giusto al momento del big bang. Siamo la risultante di un’infinita concatenazione di eventi, di incontri. Azioni e reazioni delineano il nostro futuro. Non potevo più partire da una tela bianca. E quindi non potevo più sottrarmi alla grande domanda che girava nel mio studio: come creare un’opera che non si esaurisca sulla tela, ma che possa evolversi e proseguire…?

Lo Studio di sera

Perché ti definisci Fotonica e perché l’alfabeto Morse?

L’alfabeto Morse è comparso come un fulmine in mezzo a una miriade di parole sulla parete del mio studio. Avevo creato una gigantesca mappa concettuale con foglietti che ho riposizionato per un mese intero. Cercavo qualcosa che credevo fermamente fosse già sul mio percorso ma che ancora non riuscivo a vedere. Seguivo le mie tracce. Gli ultimi lavori che avevo realizzato erano dei lampioni, potremmo dire dei lampioni spenti… mi chiedevo “cosa stai cercando? perché i lampioni?”. Luce! Quella luce che non è realmente bianca e statica come il bianco che vediamo su una tela immacolata, ma è ricca di onde, di particelle in movimento, di storia. La fotonica è proprio lo studio della luce. Io cercavo la luce, un’illuminazione, un messaggio che mi chiarisse tutto. Volevo unire i punti, collegare e così il Morse. Il Morse era la soluzione. Il Morse si può trasmettere con la luce, con il suono (per questo anche alcune mie registrazioni), in tempi di guerra alcuni messaggi in alfabeto Morse venivano anche cuciti all’interno degli abiti. Morse era un artista, un pittore, che non è arrivato in tempo al capezzale della moglie morente perché il messaggio gli è arrivato tardi. Morse voleva accorciare le distanze. Avevo bisogno del Morse per trovare un contatto, trasmettere un messaggio, un messaggio che, come la parola, si evolvesse attraverso l’altro.

Subsonica – strade tecnica mista su carte, con cuciture in Morse. Diana Pintaldi

Con queste ultime opere richiedi al fruitore lo sforzo di “tradurre”, provocando quella reazione emotiva e mentale che questo atto sempre produce nella psiche di chi lo compie, che deve mettere mano a un oggetto fragile e complesso, intricato e spesso polisemico. Deve di necessità manipolarlo. Ne sei consapevole?

Ne sono consapevole, in fondo è qualcosa che compiamo sempre quando cerchiamo il significato di qualcosa. O come semplicemente ho fatto io mettendomi di fronte alla mia parete, a me stessa. Tradurre il percorso fatto, sentirci di essere al posto giusto al momento giusto. Un riconoscimento che ci riappacifica con le nostre battaglie e ci fa proseguire con più forza. Ma anche cercare una visione chiara, evitando il primo significato che conosciamo e sviscerandone tutte le declinazioni. Come dicevo è la proposta di processo, un metodo per trovare prospettive future. Perché in realtà poi, non è il messaggio decodificato in sé, ma l’idea che ci sia già, che possa essere trovato…

In un precedente momento del tuo processo creativo, penso all’atelier al Macro di Roma, per esempio, avevi costruito una tua versione di fenachistoscopio, permettendo così al visitatore di interagire con l’opera e diventare per qualche secondo padrone del tempo, in quel caso. L’immersione del fruitore nell’oggetto artistico è una tendenza attuale. Che assecondi?

Non solo la assecondo, ma la ricerco. L’arte è trovare vie per comunicare. È studiato che l’esperienza fisica aumenta il processo di apprendimento e quindi di assimilazione di un concetto. Anche per questo ho cominciato a realizzare installazioni, per creare un’esperienza immersiva che potesse essere interiorizzata.

eTNAGIGANTe – proiezione di risonanza magnetica cucita in morse e dipinta – 2022. Diana Pintaldi

L’approdo al linguaggio, con la tessitura di palindromi, e l’importanza del “retro”. Cosa intendi dire?

In qualsiasi momento della mia vita ho sempre scritto, sono piena di taccuini, che però difficilmente rileggo, per me è importante sapere che quel concetto c’è. La parola mi ha accompagnata, come in quel momento nel mio studio su quella parete. Su alcune delle mie prime opere del 2014 scrivevo pensieri sul retro. Il retro è qualcosa che va oltre all’apparenza, giusto? È qualcosa che nel presente può non essere del tutto decifrabile perché ne vediamo la risultante. Il retro descrive la “reazione”, racconta le azioni del passato che conducono al futuro. Ancora di più nei lavori tessili, mi sono resa conto di quanto fosse visivamente apprezzabile. Volevo trovare parole che si potessero leggere su entrambi i fronti. Serviva un palindromo. Nel palindromo il futuro è già presente. È una parola rassicurante, anche rivelatrice. Quando torni indietro, ti conferma di essere al posto giusto nel momento giusto. In alcune opere ho smesso di cucirlo, per inciderlo fino a attraversare il supporto. Il segno Morse è una traccia, un sentiero. Lo sguardo e la luce sono diventati il filo invisibile che collega e crea la storia.

La tua è una famiglia di musicisti. Quanto in te del confronto creativo e di ispirazioni che hai respirato e respiri tuttora in casa?

Quando si crea, si attraversano fasi delicate per cui è importante avere uno spazio in cui sentirsi accolti e non giudicati. Qualsiasi giudizio può alterare lo slancio creativo. Sicuramente sono cresciuta in un ambiente in cui questo è da sempre molto rispettato. Talvolta anche a scapito di dare delle certezze, ma le certezze di quello che facciamo dobbiamo averle noi.

eDEFEDE – tecnica mist a su scampoli di tessuto con cuciture Morse – 2022. Diana Pintaldi

Ogni opera cambia nello sguardo di chi la contempla. Quale eco ti piacerebbe lasciassero, in questa fase della tua ricerca artistica, le tue?

La mia ricerca viaggia tra luce e oscurità, tra sentieri visibili e invisibili. Vorrei che lo sguardo sull’opera fosse il connettore di segni ininterrotti di futuri potenziali.

19.3.2’25 – tappeto afgano con applicazioni cute di scampoli e tela dipinta e ritagliata . Diana Pintaldi