L’inchiesta che si riaccende su Amazon a Milano non si limita alla consueta disputa su interpretazioni e adempimenti: il cuore del fascicolo, per come emerge dalla ricostruzione, riguarda la contestazione di una presenza operativa in Italia che sarebbe stata strutturata in modo da non far emergere qui la base imponibile. Il procedimento è coordinato dal pm Elio Ramondini e ha portato a perquisizioni effettuate dalla Guardia di Finanza (reparti di Monza). Il filone viene descritto come distinto da quello che in passato aveva portato a un accordo con la Agenzia delle Entrate sul tema dell’Iva legata ai venditori cinesi: qui, invece, lo sguardo degli inquirenti si sposta sulle imposte dirette e sulla contestazione alla casa madre lussemburghese Amazon EU Sarl di una “stabile organizzazione” che, nell’impostazione accusatoria, sarebbe rimasta “occulta” dal 2019, con un impatto potenziale di centinaia di milioni. Tra gli indagati figura anche la manager Barbara Scarafia, che risulta essersi avvalsa della facoltà di non rispondere.
Un archivio di email che cambia il peso della ricostruzione
In un’indagine di questo tipo, la differenza la fanno sempre le carte. Il punto di svolta è l’arrivo in Procura di un archivio di email aziendali conservate nel tempo da un ex dipendente dell’area tax: un materiale che, per gli inquirenti, rafforzerebbe l’idea di una pianificazione e non di incidenti isolati. L’archivio avrebbe un valore ulteriore perché si innesta su una dinamica “a scadenza”: comunicazioni che, di default, resterebbero nel cloud per un periodo limitato prima di essere eliminate.
Il progetto “commingling” e il confine tra ottimizzazione e finzione
Nella ricostruzione, uno dei passaggi più sensibili è il progetto “commingling” del 2019, perché illumina un terreno scivoloso: l’operatività logistica transfrontaliera e la gestione delle merci tra venditori diversi, con passaggi contabili che, se giudicati “fittizi”, possono cambiare completamente la lettura fiscale del modello. Qui entra anche un altro elemento tipico delle grandi organizzazioni: la guerra dei pareri. La vicenda viene raccontata come un confronto tra valutazioni divergenti, con il peso di consulenze e studi: da un lato la linea che spinge a procedere, dall’altro le riserve su quanto un impianto possa reggere davanti a un controllo.
La reazione: il braccio di ferro diventa anche un messaggio al Paese
Quando una multinazionale finisce nel tritacarne di un procedimento fiscale-penale, la difesa non resta confinata al diritto: diventa anche narrativa pubblica. In questa storia, la reazione aziendale non è prudente né attendista: è una presa di posizione che contesta metodi e proporzioni dell’intervento giudiziario, e collega il caso a un tema più largo, quasi politico: la certezza del quadro normativo e la capacità dell’Italia di attrarre investimenti.
La versione riportata
Come riporta il Corriere della Sera il teste Pietro Brocchi spiega così la conservazione delle mail: “Visto che le mail degli account di posta elettronica con dominio Amazon rimanevano nel cloud Amazon solo tre mesi per poi essere eliminate – ha detto il 28 gennaio scorso -, archiviavo per necessità di lavoro e sicurezza le mie mail nel disco rigido del laptop, e poi ciclicamente ne facevo il backup su un supporto esterno (…) Ognuno di noi lo faceva”, aggiungendo che “nessuno di Amazon mi ha mai chiesto di restituire o distruggere questi documenti quando la lasciai”. Sul progetto Amazon Service Europe Sarl, sempre secondo la ricostruzione riportata, Brocchi sostiene: “la possibilità per Amazon Service Europe sarl di poter evadere l’ordine ricevuto da un venditore, che usufruiva della logistica di Amazon in un dato paese, con il bene di un altro venditore in un altro Paese attraverso un finto acquisto e una finta vendita da parte della stessa Amazon Service Europe sarl”, e sul dissenso interno: “Io, insieme ad altri country manager non ero d’accordo perché era una finzione troppo spinta”. Nello stesso quadro vengono citati pareri e consulenze, con riferimento allo studio Baker McKenzie e a KPMG Italia. Infine, la risposta dell’azienda viene sintetizzata con queste frasi: “E’ sorprendente e preoccupante che, mentre siamo impegnati in questo dialogo trasparente con le autorità fiscali italiane, la nostra azienda e i nostri dipendenti continuino a essere oggetto di azioni aggressive e del tutto sproporzionate da parte della Procura” e “Contesti normativi imprevedibili, sanzioni sproporzionate e procedimenti prolungati incidono sull’attrattività dell’Italia come investimento”.
















