di Federico Pirro, coordinatore scientifico del CESDIM – Centro Studi e documentazione sull’industria nel Mezzogiorno – Università degli Studi di Bari

Altamura è una città di circa 70 mila abitanti dell’ex provincia ed ora Città metropolitana di Bari, localizzata sull’area collinare della Murgia, un vastissimo altopiano al confine con la Basilicata. Famosa anche per alcuni reperti preistorici (il parco delle ‘orme dei dinosauri’), per imponenti monumenti civili e religiosi e per una storia civile segnata dalla fierezza degli abitanti per le loro capacità di lavoro che hanno ‘spietrato’ la Murgia rendendola fertile, oggi la città – che vanta vastissime coltivazioni cerealicole e di leguminose, grandi e medie industrie molitorie, aziende meccaniche ed impiantistiche, salottifici, imprese chimiche e di biomedicali, esercizi commerciali all’ingrosso e al dettaglio e i servizi finanziari della Banca Popolare di Puglia e Basilicata, la maggiore dell’Italia meridionale con sportelli anche a Milano – è ben nota in Italia e in diversi Paesi esteri per il suo pane ‘dop’ di semola di grano duro che, grazie ad un rigoroso disciplinare, ha rilanciato nell’ultimo ventennio un bene alimentare e la sua preparazione che affondano le radici nelle tradizioni cittadine più antiche.    

Lucia Forte, a.d. di Oropan

Siamo insomma nel cuore della ‘bread valley’, la vallata del pane, ormai sempre più apprezzato come un prodotto gastronomico pregiato dagli Stati Uniti al Giappone, e valorizzato da un Consorzio partecipato dagli stakeholder di una solida filiera cerealicola-molitoria-panificatrice-pastificatrice-mangimistica, logistica e impiantistica, dinamicamente presieduto da Lucia Forte, amministratrice delegata della Oropan, il più grande panificio industriale del Sud con i suoi 180 addetti diretti e 29,2 milioni di euro fatturato nel 2021. Tale organismo consortile domenica 16 ottobre ha organizzato un affollatissimo convegno in cui autorevoli relatori anche del Nord, fra cui alcuni docenti universitari, hanno analizzato le varie problematiche da affrontare per una sempre più qualificata promozione in Italia e all’estero del pane dop. 

La sua filiera produttiva è articolata in segmenti funzionalmente connessi ed è estesa peraltro al vasto hinterland murgiano apulolucano, di cui Altamura è l’indiscussa capitale.

Volendo ora esaminarne alcuni numeri, è opportuno evidenziare subito che parliamo di stime per difetto perché, ad esempio, non si dispone dei dati riguardanti almeno il valore delle produzioni dei due grandi impianti molitori localmente insediati della Barilla e del Gruppo Casillo che non hanno sede legale in città, e di cui pertanto non si dispone del dettaglio del fatturato, o almeno del valore di quanto macinato nei loro molini altamurani.

E tuttavia il fatto stesso che la prima azienda pastaria italiana e una food company di livello internazionale come il Gruppo Casillo siano presenti con proprie capacità di macinazione su Altamura, ne evidenzia tutta l’importanza a livello nazionale in un comparto come quello molitorio di cui la città è la capitale italiana per l’insieme e le dimensioni degli impianti che vi sono insediati.

Se invece si considerano i dati di fatturato delle 11 maggiori imprese locali di stoccaggio, molitura, commercializzazione, panificazione,  pastificazione e mangimistica – Agriviesti, Cerealsud, Semolificio Loiudice, Industria Molitoria Mininni, CerealTrade, Molino Loizzo, Meridiana Agri, Caporal Cereali, Oropan, Molino Martimucci e Molino Camema – osserviamo che il loro fatturato complessivo nel 2021 è ammontato a 678,7 milioni.

Questo dato tuttavia, già di per sé rilevante, è solo una sezione quantitativa della filiera prima indicata. Ad essa infatti bisognerebbe aggiungere i ricavi di circa 50 panifici artigianali presenti su Altamura, ricavi non facilmente accertabili, se non con un minuzioso lavoro sui bilanci di queste microaziende che sono però parte integrante e molto qualificata della filiera, anche perché alcuni di essi esportano.

Ma anche aggiungendo i ricavi stimati dei panificatori, saremmo ancora lontani da una approssimazione attendibile del valore complessivo prodotto dalla filiera nell’insieme delle sue articolazioni, perché alla radice troviamo, com’è facilmente intuibile, i fatturati dei cerealicoltori, i detentori della materia prima che, come dicono gli economisti, è una soft commodity. Fatturati solo stimabili di anno in anno, a seconda delle variazioni del prezzo del grano duro, da porsi in relazione ai suoi andamenti nelle singole annate per quantità e qualità del prodotto.

Altamura inoltre è il cuore associativo di un neocostituito Distretto del grano duro che ha ottenuto il riconoscimento dalla Regione Puglia. A tale organismo consortile peraltro aderiscono anche imprese di altre province e qualcuna fuori regione, così come industrie molitorie e pastarie.

Ogni anno comunque si producono nell’area murgiana – di cui l’agro di Altamura è la maggiore piazzaforte produttiva – fra le 200mila e le 250mila tonnellate di grano duro, i cui prezzi oscillano di anno in anno, anzi di mese in mese. Si calcoli prudentemente una media annua negli ultimi due anni di 450 euro per tonnellata.

Se così fosse, saremmo intorno a poco più di 100 milioni che – aggiunti ai 678,7 prima richiamati, ai ricavi dei panifici e a quelli di altre aziende di trasporto, sementiere, di mangimi, di manutenzione impianti, degli istituti di credito sugli anticipi per le semine e per le intermediazioni commerciali, e dei ceti professionali per le loro consulenze agli operatori del comparto  – costituirebbero un battente di oltre 1 miliardo l’anno che tuttavia, lo ripetiamo, è una stima molto prudenziale. Una cifra in ogni caso di particolare rilievo, che concorre insieme a quelle di altri settori produttivi locali e ai redditi della Pubblica amministrazione, a far si che Altamura sia, dopo Bari, il 2° Centro dell’intera Città metropolitana per entità di depositi bancari, secondo dati ufficiali della Banca d’Italia: depositi negli Istituti di credito cui poi si aggiungono quelli postali, bot e cct non in gestione fiduciaria delle banche, allocazioni di risparmi in fondi di investimenti ed altre forme di risparmio.

La città dunque è uno dei motori dell’economia provinciale, regionale e meridionale, e può essere considerata – senza tema di smentite per le capacità di macinazione che vi sono concentrate – la capitale italiana dell’industria molitoria.