Sui social imperversano. Giovani ma non giovanissimi (i capelli brizzolati a volte sono più carismatici), molto impostati nel parlare, si vede che hanno provato e riprovato, con una gestualità all’americana, ma spesso anche con una ostentata cadenza regionale nella parlata (forse per sedurre potenziali clienti locali?), sentiti uno dopo l’altro sono un po’ tutti uguali. Sono i cosiddetti fuffaguru, sedicenti esperti di vendite, marketing e comunicazione, che promettono di risolvere tutti i problemi di business a imprenditori e manager in difficoltà. Referenze nebulose, esperienza pratica pari a poco più di zero, hanno un solo vero elemento di attrazione: offrono un messaggio salvifico a chi non ha più né entusiasmo né speranza. Oppure, nell’epoca delle start up, fanno sembrare facili cose che assolutamente non lo sono.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Ma chi sono le vittime di questi impostori? Nella maggior parte dei casi, piccoli imprenditori che si sono fatti da soli grazie a una iniziale intuizione vincente, a un innegabile talento e a massicce dosi di lavoro sodo, ma con una limitata competenza formale su come si devono gestire i clienti, sull’analisi dei dati e delle ricerche di mercato e sulle tecniche di vendita e di comunicazione. In parole povere, sulla dura legge del mercato, che non si riduce all’incontro tra la domanda e l’offerta.

E qui entra in scena il fuffaguru: con qualche video ben fatto postato su Instagram (meno su Facebook e ancora meno su LinkedIn, dove c’è più riscontro) sciorina la sua mercanzia fatta di assiomi presentati come indiscutibili ma in realtà inverificabili, di concetti strampalati dal suono intrigante, di garanzie non garantibili, che suonano come il canto delle sirene alle orecchie del piccolo imprenditore in difficoltà. Una delle cause di questa situazione è individuata nel far west normativo, al quale si cercò di rimediare, una decina di anni fa, con la legge che regolava per l’appunto le professioni non riconosciute, esercitate da professionisti senza albo o ordine di categoria. Trattasi della Legge 4/2013, la cosiddetta “”, che permette a tutti di esercitare attività economiche di tipo intellettuale finalizzate alla prestazione di servizi e opere a favore di terzi, senza la necessaria iscrizione a un albo.

Ma le cose non sono andate come si sperava: «È rimasto di fatto un vuoto normativo, in cui si sono infilati stuoli di formatori fasulli. Veri e propri illusionisti che fanno ai giovani e piccoli imprenditori promesse che non possono essere mantenute», spiega Francesco Galvani, Ceo di Deep Marketing, uno dei divulgatori più letti su Quora Italia e, soprattutto, autore di “Come non Farsi Fregare dai Falsi Guru”. «In un Paese nel quale tanti formatori promettono guadagni infiniti, con sempre meno impegno e skill, anzi, denigrando costantemente laureati, marketing manager e professionisti reali e non improvvisati, è necessario difendere e divulgare i valori opposti! I fuffaguru del marketing sono i parassiti del nostro tempo. Sono insetti del capitalismo. Dobbiamo spiegare agli imprenditori come questi si nutrono, come si diffondono, qual è la loro psicologia di attacco, quali prede puntano e, soprattutto, dobbiamo fornire loro gli strumenti per non cadere nella rete dei fuffa-formatori che possono portare alla rovina delle aziende o a danni economici importanti. In una società civile non possiamo accettare e tollerare chi manipola e sfrutta in questo modo le persone più deboli».

A pagare le conseguenze di questi corsi e consulenze, spesso molto costosi e basati su approcci pseudoscientifici o amatoriali, sono soprattutto gli inesperti, che si affidano ciecamente alle promesse di facile successo. «Si tratta in generale di microimprenditori che attraversano un momento difficile e che, di conseguenza, sono facili da manipolare. Oppure ragazzi giovani, allettati dall’idea di fare tanti soldi subito senza dovere proseguire gli studi. Sono attirati da promesse impossibili in termini di risultati, casi studio macchiati dal bias della sopravvivenza: su migliaia di allievi, i guru citano sempre i pochissimi casi di successo casuale e non riportano quanto siano andati male tutti gli altri studenti», conferma Galvani.

Ecco, quindi, che torna d’attualità l’idea di creare un albo professionale a garanzia dei potenziali clienti. Secondo Paolo Borzacchiello, trainer in Pnl con certificazione internazionale e Coach professionista con specializzazione in Business Coaching e Life Coaching, sarebbe una iniziativa doverosa, etica, moralmente necessaria: «Purtroppo – spiega – le parole marketing e comunicazione sono oggi letteralmente in balia di qualsiasi cialtrone auto proclamatosi guru di questo o di quello, e stanno perdendo molto del loro valore. Chiunque può essere praticamente qualsiasi cosa, e questo non va bene: si tratta di materie, e qui parlo di marketing in modo particolare, che hanno un forte impatto sulla vita delle persone e che non possono non essere in qualche modo regolamentate o certificate. Non è accettabile che un qualsiasi ventenne, uscito da uno di quei corsi in cui ti rintronano la testa, possa raccontare di venderti le strategie di marketing che ti faranno guadagnare milioni. Quello non è marketing, è truffa. Quindi, un albo per me sarebbe una scelta importante. Chi dovrebbe occuparsene? Chi ha i numeri per farlo, chi per anni ha dimostrato professionalità, etica, risultati. Di sicuro, nessun politico».

«Riuscire a istituire un albo dei consulenti mi sembra difficile e, sinceramente, anche poco funzionale», obietta Luca Altimani, comunicatore e copywriter indipendente, «perché per le categorie che non prevedono un albo (e sono tante) è certamente più efficace che i professionisti mostrino al mondo ciò che sanno fare attraverso siti internet e piattaforme social, sia verticali, sul settore specifico, sia generaliste. Oggi, è meglio sfruttare gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione per condividere le nostre esperienze, piuttosto che vincolarsi a un format più datato come quello degli albi professionali che tentano in sostanza di incasellare le competenze all’interno di un pattern predefinito che preveda solo titoli abilitanti e il superamento di eventuali esami di ammissione».

Anche Michele La Porta, giornalista e comunicatore, titolare dell’omonima agenzia, conferma che, al momento, la via migliore per difendersi è valorizzare le referenze: «Per evitare di restare intrappolati nella rete dei fuffaroli, l’unico modo per scegliere un consulente è quello di esaminare il pregresso professionale. Analizzare il lavoro che hanno svolto per altri clienti, valutando i risultati ottenuti in passato è la sola garanzia di affidabilità e competenza. Purtroppo, le esigenze di consulenza degli imprenditori e dei liberi professionisti sono spesso disilluse da schiere di improvvisati che millantano capacità che non hanno».

«Esiste una cosa che si chiama Google che, per quanto possa offrire risposte viziate, aggiunge Borzacchiello, può dirci molto sul guru di turno. Quando si fa una ricerca, suggerisco anche di tenere conto un po’ anche della messa in scena: uno bravo davvero, un professionista serio e competente, non ha bisogno di farsi vedere mentre che guida una Lamborghini presa a nolo a Dubai. Insomma, occorre buonsenso: i miracoli a basso prezzo non esistono, nessun consulente può garantire risultati certi, nessuno ti può fare diventare ricco o ti può offrire il metodo perfetto per diventarlo quel metodo non esiste e perché per avere successo un po’ di fatica la devi fare».