Il caro carburante presenta il conto anche all’aviazione europea. Dopo settimane trascorse alla ricerca di nuovi finanziamenti e nel confronto con i creditori, airBaltic ha scelto la protezione del Chapter 11 negli Stati Uniti, presentando istanza volontaria a New York per ristrutturare il debito senza interrompere l’attività. Una decisione arrivata mentre l’impennata del jet fuel ha aggravato tensioni finanziarie già profonde, mettendo sotto pressione una compagnia appesantita dal costo del debito, dai leasing della flotta e da una liquidità sempre più ridotta.
Cos’è il Chapter 11 e perché airBaltic lo ha scelto
Il Chapter 11 è il capitolo del Bankruptcy Code americano dedicato alla riorganizzazione delle imprese in difficoltà: a differenza del Chapter 7, che normalmente porta alla liquidazione degli attivi, permette al debitore di continuare a gestire l’azienda mentre prepara un piano per ristrutturare i debiti e trattare con i creditori sotto la supervisione del tribunale. La società resta normalmente debtor in possession, cioè mantiene il controllo degli asset e può continuare l’attività, mentre il piano di risanamento viene sottoposto ai creditori e al giudice. Per airBaltic questo significa poter continuare a far volare gli aerei mentre tenta di ridisegnare la propria struttura finanziaria. A sostegno della procedura la compagnia ha ottenuto un impegno per 350 milioni di euro di finanziamento debtor-in-possession, subordinato all’approvazione del tribunale: nuova liquidità destinata a sostenere l’operatività durante il risanamento. Il management punta a completare la procedura entro giugno 2027 e stima che il piano possa migliorare i risultati per circa 44 milioni di euro l’anno.
Il carburante fa esplodere una crisi già aperta
Il rincaro del petrolio è stato l’acceleratore, non l’unica origine dei problemi. airBaltic era particolarmente esposta perché una parte rilevante del fabbisogno di carburante non risultava protetta tramite hedging, mentre alla pressione sui costi si sono sommati una struttura finanziaria onerosa, gli aeromobili in leasing e le difficoltà legate alla disponibilità dei motori. Fitch aveva stimato in circa 156 milioni di euro il fabbisogno finanziario di breve termine necessario per sostenere l’operatività della compagnia. Il mercato obbligazionario aveva già lanciato segnali evidenti. I rendimenti dei bond airBaltic da 380 milioni di euro, con scadenza nel 2029, erano saliti bruscamente mentre la compagnia cercava di convincere i creditori ad accettare nuova finanza super-senior. Il deterioramento dei conti e l’impennata del carburante hanno quindi trasformato un problema di rifinanziamento in una vera crisi di liquidità, fino alla scelta della protezione giudiziaria statunitense.
Lufthansa al 10%, lo Stato resta il primo azionista
La vicenda coinvolge direttamente anche Lufthansa, che possiede il 10% del vettore, mentre lo Stato lettone controlla l’88,37%. airBaltic ha inoltre un rapporto industriale rilevante con il gruppo tedesco attraverso il wet lease, mettendo a disposizione aerei ed equipaggi. Riga continua nel frattempo a cercare un investitore strategico, con l’obiettivo di preservare la compagnia e il ruolo dell’hub lettone senza dover sostenere indefinitamente il vettore con risorse pubbliche.
Dai record di ricavi al taglio della flotta
I numeri raccontano il paradosso di una compagnia cresciuta sul piano industriale ma rimasta fragile finanziariamente. Nel 2025 airBaltic ha trasportato 5,2 milioni di passeggeri sulla propria rete e registrato ricavi per 779,3 milioni di euro, chiudendo però con una perdita netta di 44,3 milioni. La compagnia dispone di 54 Airbus A220-300, ma il nuovo piano prevede di ridurre la flotta a 36 velivoli entro la fine del 2026, mettendo da parte le precedenti ambizioni di arrivare nel tempo a circa cento aeromobili.
















