In un futuro forse non tanto lontano il mondo globale – l’industria, la scienza, il lavoro, la società – funzionerà grazie all’intelligenza artificiale, IA o AI a seconda che si usi l’italiano o l’inglese? Sì e no: al momento è questa l’unica risposta possibile (anche nell’attesa che si capiscano le intenzioni della nuova amministrazione americana, appena eletta, perché la IA/AI ha bisogno di massicci investimenti pubblici e non solo dei miliardi di dollari d5 Blackrock o di Microsoft come si spiegherà più avanti).
Perché sì e no? Diciamolo subito, per due ragioni. Primo, perché il network globale dell’intelligenza artificiale (che non è solo il chatbot di OpenAi, il giochino di chiedere all’intelligenza artificiale di scrivere, per dire, questa rubrica) ha bisogno di quantità enormi di energia (elettrica) e al momento non si sa come si possa reperirla a meno di non passare subito al nucleare (secondo l’Aie, l’Agenzia internazionale per l’energia, entro il 2026, gli oltre 6mila data-center esistenti al mondo, indispensabili per stoccare i dati e far funzionare l’IA, consumeranno qualcosa come mille Terawattora che è il consumo elettrico di tutto il Giappone). Secondo, perché il livello di investimento necessario per costruire la rete dell’intelligenza artificiale è talmente alto da richiedere fatturati fuori scala o fuori mercato (insomma, Roi, return on investment, e Roe, return on expenditure, impossibili).
Oltre a questi limiti oggettivi (non ci sono energia e quattrini sufficienti), ci sono poi le perplessità degli stessi scienziati che l’intelligenza artificiale l’hanno inventata e ora quasi se ne pentono come, a suo tempo, Oppenheimer con l’energia atomica e la Bomba. Sentite che cosa ha dichiarato al “New York Times” il “padrino dell’IA”, lo scienziato anglo-canadese Geoffrey Hinton il giorno stesso (l’8 ottobre scorso) in cui l’Accademia delle scienze svedese gli ha conferito il Nobel della fisica per i suoi studi sulle reti neurali che sono, per dirla rozzamente, il passaggio, la connessione tra cervello umano e macchine.
“Sono molto preoccupato” ha detto Hinton che per dieci anni ha lavorato alla Google e poi ne è uscito per poter denunciare liberamente le conseguenze devastanti (parole sue) del progresso incontrollato dell’IA. “Sono molto preoccupato che tutta questa roba un giorno sfugga al controllo umano…. Il problema è semplice: l’IA aiuterà senza dubbio la medicina, l’ambiente, la ricerca sui materiali. Solo che non c’è modo di fermarne lo sviluppo e un giorno diventerà più intelligente di noi. Non abbiamo idea di che cosa possa succedere, nemmeno noi scienziati”. La conclusione di Hinton è ancora più allarmante: “Le big tech, i colossi della Silicon Valley, sono troppo interessati ai profitti e non credo che dedicheranno risorse sufficienti alla sostenibilità e alla sicurezza dell’IA. Dovrebbero essere i governi a costringerli a farlo”.
Sta accadendo il contrario. E il caso di Sam Altman, rimesso alla guida di OpenAi dal suo azionista Microsoft dopo essere stato licenziato dal consiglio d’amministrazione che non accettava le sue scelte tutte “business oriented”, ne è la lampante dimostrazione. Oggi OpenAi ha lanciato un aumento di capitale da 6,6 miliardi di dollari (a fronte di 5 miliardi di perdite e di 3,7 di fatturato) che porterà la sua valorizzazione alla Borsa di Wall Street a 157miliardi, mentre lo stesso Sam Altam si è accordato con Blackrock, il colosso mondiale del risparmio gestito (11mila miliardi di asset), e con un fondo degli Emirati arabi per raccogliere nei prossimi anni almeno cento miliardi di dollari che poi sono una frazione dei famosi 700 miliardi di cui l’industria dell’intelligenza artificiale avrebbe bisogno per svilupparsi nei prossimi anni e diventare competitiva risolvendo, per esempio, il problema dell’approvvigionamento energetico che, come si diceva prima, è uno dei vincoli attuali alla crescita.
Per dirla in una parola, i 5.697 data center oggi esistenti (che diventeranno 8.410 entro il 2030 secondo le previsioni dell’Aie, l’Agenzia internazionale dell’energia) non bastano più a contenere i dati delle varie “nuvole” (cloud) a cui attinge l’IA per fare i suoi calcoli e far girare i suoi processori (tra cui, è bene ricordarlo, i nuovissimi Gpu, Graphic processing unit, di Nvidia, che servono per la creazione di immagini ma che consumano, ciascuno, quanto un radiatore elettrico di 15 metri quadrati).
Per essere ancora più chiari sui livelli di consumo elettrico: una sola richiesta a ChatGpt (per scrivere questa rubrica che state leggendo, per esempio) richiede 2,9 watt di energia che è il consumo di una lampada led tenuta accesa per un’ora. Facile immaginare quanto consumano ogni giorno le varie piattaforme (perché non c’è solo ChatGpt) di intelligenza artificiale. Una società americana di trading finanziario, la Bestbrokers (presente anche in Italia) ha calcolato, partendo dai dati ufficiali forniti dalle due aziende, che Microsoft…
(proprietaria di ChatGpt) e Google (proprietaria della chatbot Gemini) hanno consumato in un anno rispettivamente 23,6 e 25,3 terawattora di energia che, tradotto in dollari e tenendo conto delle tariffe praticate dalle varie utility fornitrici sparse per il mondo generano un costo di 3,1miliardi di dollari per Microsoft e di 3,3 miliardi di dollari per Google.
Il calcolo dei terawattora consumati dall’IA nei prossimi due anni è impressionante: si passa dai 460 TWh del 2022 agli 800 del 2026 fino ad arrivare a 1050 TWh che è il fabbisogno energetico della Russia. Tutto questo fa dire al solito Sam Altman che l’industria dell’IA ha assolutamente bisogno del nucleare. Tant’è che il suo azionista, Microsoft, ha fatto riaprire la famosa centrale di Three Mile Island (famosa per il grave incidente del 1979 che portò alla sua chiusura e che ha ispirato il celebre film “Sindrome cinese” con Jane Fonda e Michael Douglas) che dal prossimo anno fornirà al gigante dell’IA 834megawatt di energia (quanto basterebbe ad una città di 800mila abitanti) sulla base di un contratto ventennale.
Una tale domanda di energia sta rivoluzionando anche il mercato dei fornitori, cioè delle utility. Per dire, in Virginia, lo stato americano con la più alta concentrazione di data center, l’utility locale, la Dominion Energy, non è più in grado di fare nuovi allacciamenti da qui ai prossimi sette anni. Mentre Elon Musk, ora grande supporter di Trump, lancia l’allarme di una crisi energetica dei giganti della Silicon Valley entro il 2026, cioè domani. Soluzione? Che gli stessi giganti si mettano a produrre loro, direttamente, l’energia di cui hanno bisogno. Perché, come si legge in un paper della società di consulenza Bain&Co., gli attuali costi non consentono quella crescita dell’IA che le Big Tech immaginano e che Sam Altman ha stimato in almeno 700 miliardi di dollari di fatturato l’anno.
Difficile arrivarci vendendo applicazioni per telefonini e abbonamenti ai Chatbot per 34 dollari l’anno. Forse è per questo che le azioni di Alphabet (la holding di Google) e di Microsoft (che controlla OpenAi) scendono da luglio. Salgono solo quelle di Nvidia, il produttore del famoso chip grafico Gpu, quello che crea le immagini dell’intelligenza artificiale. Insomma, il modello di business dell’IA non è ancora chiaro. E non è detto che sia un male.















