L’intelligenza artificiale entra sempre più in profondità nei processi aziendali e, insieme alle opportunità, aumenta anche il perimetro delle responsabilità. Con l’entrata in vigore del decreto legislativo n. 160/2026, il tema della sicurezza dei sistemi AI assume anche una rilevanza penale diretta per imprese, manager e organizzazioni che progettano, addestrano, producono o immettono sul mercato soluzioni considerate ad alto rischio. Il nuovo quadro impone maggiore attenzione a controlli, governance e sorveglianza umana, trasformando la compliance tecnologica in una questione sempre più strategica.

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Fino a cinque anni per l’omessa sicurezza

Il nuovo articolo 437-bis del Codice penale, secondo quanto riportato nel materiale fornito, prevede da uno a cinque anni di reclusione per chi omette le misure tecniche di sicurezza necessarie a prevenire malfunzionamenti o alterazioni nei sistemi di AI ad alto rischio, quando da questa omissione deriva un pericolo per la vita o per l’incolumità pubblica o individuale. La pena può salire da due a otto anni quando il rischio riguarda la sicurezza dello Stato. Lo stesso trattamento sanzionatorio viene previsto per l’omissione intenzionale delle misure di sorveglianza umana quando da tale condotta derivino i pericoli indicati.

Martini: “L’entusiasmo non basta”

Per Nadia Martini, avvocato del gruppo internazionale di consulenza legale Rödl, il punto critico riguarda soprattutto la velocità con cui le imprese stanno adottando nuove tecnologie senza sempre accompagnarle con sistemi adeguati di controllo. “E ovviamente, l’entusiasmo che accompagna l’arrivo di nuove e, nel caso dell’AI, direi dirompenti tecnologie e innovazioni – spiega Nadia Martini, avvocato del gruppo internazionale di consulenza legale Rödl, una tra le massime esperte in materia – non è accompagnato da una ragionata adozione delle stesse. E i tantissimi quanto, alcuni, clamorosi casi di mala condotta o eventi incontrollati, come gli hackeraggi e data leaks, riportati dai media di tutto il mondo, e l’Italia non ne è indenne – sottolinea l’esperta di Rodl – sono solo piccola parte di uno scenario più ampio e preoccupante”.

L’AI corre nelle imprese italiane

La questione assume un peso ancora maggiore considerando il ritmo di diffusione dell’intelligenza artificiale nel sistema produttivo. Secondo i dati 2025 richiamati dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il 71% delle grandi imprese italiane avrebbe avviato almeno un progetto di AI e, per sei aziende su dieci, l’impatto sul modello di business sarebbe stato significativo. Sempre secondo i dati riportati, Istat avrebbe rilevato che l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle grandi imprese è più che raddoppiata in un anno, arrivando al 53,1%.

“E il fenomeno va verso un’accelerazione – continua l’esperta – che oggi il legislatore europeo ha debitamente regolato con il reato di AI ad alto rischio che, guardando all’Italia, chiama in causa in primis le aziende grandi o piccole che siano, che debbono ora frettolosamente adeguarsi alla normativa, visti anche i risvolti penali che la stessa determina”. Il tema riguarda in modo particolare le PMI, che rappresentano la parte largamente prevalente del tessuto produttivo italiano e che dispongono mediamente di risorse inferiori rispetto alle grandi aziende per affrontare in tempi rapidi investimenti in compliance, sicurezza e controllo.

Otto interventi per ridurre il rischio

Martini individua otto aree di intervento considerate prioritarie: mappare e classificare i sistemi di AI utilizzati, verificare sicurezza e sorveglianza umana, aggiornare il sistema 231, organizzare e conservare le evidenze documentali, rivedere i contratti con i fornitori, definire procedure di gestione degli incidenti e riesaminare le coperture assicurative. Un insieme di misure che porta il tema della governance dell’AI fuori dal solo perimetro informatico, coinvolgendo direttamente vertici aziendali, funzioni legali, compliance e risk management. “Le priorità vanno definite partendo dagli usi effettivi dell’AI – conclude Nadia Martini di Rodl – e la sua adozione nei processi e nelle metodologie aziendali, definendo una governance ed una catena di responsabilità, nonché misure e strumenti che consentano al management o all’imprenditore, di individuare e neutralizzare le ‘falle’, evitando così di esporre azienda e dirigenti nelle sanzioni, civili e penali, previste dal nuovo reato di AI ad alto rischio”.