Agroalimentare leva per l’export, ma il made in Italy va difeso
Il rapporto Italian Sounding, difendiamo il Made in Italy” firmato dal chief economist di Sace Alessandro Terzulli

Il valore delle esportazioni italiane di beni crescerà nel 2021 dell’11,3%, bilanciando quanto “andato perduto” nel 2020 (-9,1% di beni e -31,5% nei servizi). È quanto emerge dal rapporto “Italian Sounding, difendiamo il Made in Italy” firmato dal chief economist di Sace Alessandro Terzulli (su dati Eurostat e Istat) e presentato in un’iniziativa congiunta di Economy e Promos Italia. Un recupero, si legge nel rapporto, migliore rispetto a quanto previsto per i nostri principali peer europei e che consentirà al nostro Paese di mantenere stabile la propria quota di mercato mondiale anche nel 2021. La dinamica delle nostre vendite all’estero si manterrà, anche per i prossimi tre anni, più marcata rispetto ai tassi pre-pandemia. Più limitato invece il recupero dell’export italiano di servizi (+5,1%), maggiormente colpito – specie nella componente del turismo – dalla perseverante incertezza. La vera e propria ripresa, in questo ambito, avverrà solamente nel 2022.
Per ciò che concerne i beni, a guidare la ripresa saranno quelli di investimento, sulla spinta di apparecchi elettrici e meccanica strumentale, e i beni intermedi, specie metalli e gomma e plastica. Per i beni di consumo occorrerà invece più tempo per il recupero. In questo quadro, la performance dell’agroalimentare si confermerà ancora positiva grazie anche alla ripartenza del canale legato all’ospitalità.

Nel 2020 il nostro agroalimentare più forte anche del Covid

Nel periodo 2010-2019, l’export italiano di agroalimentare è cresciuto a un tasso annuale composto del +6,1%, una performance migliore delle esportazioni complessive (+5,1%). Oltre il 60% delle esportazioni di agroalimentare è composto da alimentari, bevande e tabacco, mentre i prodotti agricoli compongono la restante parte. Nonostante la crescita degli ultimi anni, il valore delle nostre vendite all’estero di agroalimentare presenta ancora un potenziale inespresso significativo (confermato anche da confronto con peer europei).
Anche nel 2020 in un anno segnato dalla pandemia e dalla crisi economica che ne è seguita, il raggruppamento, non essendo stato colpito da particolari restrizioni o fermi produttivi, è stato l’unico a registrare una crescita (+3,4%) portando la propria incidenza sul totale a 11%. Gli effetti dello stop forzato alle attività ricettive e ricreative della filiera Ho.re.ca. sono stati infatti in parte contenuti dall’aumento della spesa per i consumi domestici nonché dal maggiore impiego di soluzioni di food delivery, iniziate a diffondersi durante la pandemia e destinate a stabilizzarsi e incrementare. Nel 2021 le vendite oltreconfine di agroalimentare sono previste in crescita dell’11% (+11,7% nei primi 8 mesi dell’anno) e del 4,4% all’anno, in media, tra 2022 e 2024. Mentre nel 2020 sono stati trainanti per l’export alcuni prodotti particolarmente legati al consumo a casa, come pasta, conserve di pomodoro e olio d’oliva, il ritorno del canale Ho.Re.Ca. nel 2021 farà crescere i comparti più legati al consumo fuori casa.
A livello di comparti, le bevande rappresentano la prima categoria esportata, con un peso del 21% sul totale del settore. Il comparto si compone per due terzi di vino. Seguono paste e prodotti da forno (13%) e preparati di ortaggi e legumi (8%). Le prime 15 specializzazioni territoriali italiane rappresentano quasi il 28% del settore agroalimentare e sono concentrate in Piemonte, Campania, Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana e Puglia. La dinamica dei comparti di specializzazione è stata molto diversificata: le performance spaziano da +21,1% per i prodotti alimentari di Parma a -6,7% dei salumi di Modena.
Come per l’export nazionale a reagire meglio alla crisi sono stati i prodotti legati al consumo domestico, quali le conserve di Salerno e l’olio di Lucca, Firenze, Grosseto e Siena. In aumento anche i prodotti alimentari di Parma (+21,1%) e quelli di Napoli (+19,3%), il caffè e i dolci di Torino (+15,4%) e l’ortofrutta proveniente dalla Puglia (+11,5%).

Contrastare l’Italian Sounding e promuovere il Made in Italy

Un elemento di freno alla crescita dei prodotti italiani è certamente l’Italian Sounding – ovvero la produzione e commercializzazione di prodotti non Made in Italy tramite l’utilizzo di nomi e packaging che richiamano l’italianità –fenomeno purtroppo ampiamente diffuso soprattutto nel settore agroalimentare. L’Ocse nel 2018 ha stimato a 32 miliardi il valore dei prodotti italiani contraffatti scambiati a livello mondiale. Secondo Coldiretti, il mercato dell’Italian Sounding nel mondo vale circa 100 miliardi di euro, più di due prodotti agroalimentari su tre venduti come italiani sarebbero infatti falsi. I prodotti maggiormente soggetti al fenomeno sono i formaggi, in particolare Mozzarella e Parmigiano Reggiano, ma anche salumi, quali Salame e Mortadella, sughi, passate e vini.
Nel mercato europeo vigono alcune regole atte a limitare il fenomeno. Ad esempio, il Regolamento Ue 1169/2011 prevede che l’indicazione di origine di un prodotto debba essere riportata in etichetta. Gli accordi commerciali tra Ue e Paesi partner comprendono sempre più frequentemente il riconoscimento di Indicazioni Geografiche. Il CETA, ad esempio, prevede il riconoscimento di oltre 40 denominazioni italiane, che rappresentano più del 95% dell’export agroalimentare Made in Italy verso il Canada. Anche l’accordo di libero scambio tra Ue-Vietnam protegge 169 IG dell’Unione europea, 38 delle quali italiane. Da anni, attori quali Agenzia delle Dogane, ICE e Federalimentare sono impegnati in campagne di sensibilizzazione contro il fenomeno e promozione strategica nei mercati più rilevanti per il Made in Italy.