La Commissione europea prova a mettere un freno alla crisi abitativa, ma la nuova proposta sugli alloggi rischia già di aprire un fronte politico tra le capitali europee. Al centro del confronto ci sono soprattutto gli affitti brevi, sui quali Bruxelles propone di concedere maggiori margini di intervento alle autorità locali nelle aree dove il costo delle abitazioni è diventato insostenibile. La novità arriva con l’Affordable Housing Act, il nuovo quadro europeo pensato per affrontare la crisi abitativa e introdurre criteri comuni per valutare gli interventi che possono avere effetti sul mercato unico.
A riconoscere i limiti della proposta è lo stesso commissario Ue all’Edilizia abitativa, Dan Jorgensen. “Saranno utili in molte città ma dobbiamo ammettere che ciò è ben lungi dal risolvere tutti i nostri problemi. Tutt’altro”, ha sottolineato Jorgensen, evidenziando come le nuove misure sugli affitti brevi rappresentino solo una parte della risposta alla crisi.
Affitti brevi, cosa cambia con l’Affordable Housing Act
Il punto centrale della proposta riguarda la possibilità per gli enti locali di individuare le cosiddette zone sotto pressione abitativa. Si tratta delle aree nelle quali i prezzi di vendita delle abitazioni superano di otto volte il reddito disponibile annuo pro capite.
Una volta individuata una zona caratterizzata da questa situazione, le autorità locali potranno introdurre limiti agli affitti per le locazioni turistiche senza esporsi a ricorsi per violazione delle regole del mercato interno, tra cui quelle previste dalla direttiva Servizi.
Il provvedimento introduce quindi un margine di manovra più ampio per i territori alle prese con una forte pressione sul mercato immobiliare. L’obiettivo è consentire agli enti locali di intervenire sugli affitti brevi quando questi rappresentano un elemento della tensione abitativa, evitando che le misure adottate vengano automaticamente considerate incompatibili con le regole del mercato unico.
Una soglia per individuare le aree in crisi
Il nuovo quadro europeo introduce anche criteri quantitativi per valutare la pressione sul mercato immobiliare. Al di sopra di 10, la soglia viene considerata sufficientemente elevata e significativa da non rendere necessario prendere in esame, in aggiunta, l’andamento degli ultimi 10 anni.
L’Affordable Housing Act rappresenta così il primo tentativo di costruire un quadro comune a livello europeo per valutare le politiche abitative che possono incidere sul funzionamento del mercato unico. Non significa però che Bruxelles deciderà direttamente come intervenire sul mercato immobiliare dei singoli Paesi. La scelta se adottare misure e quali strumenti utilizzare resta infatti nelle mani delle autorità nazionali, regionali e locali.
Casa, la competenza resta agli Stati
La Commissione europea mantiene dunque un ruolo di coordinamento e definizione del quadro di riferimento, mentre le decisioni concrete sulla politica abitativa rimangono di competenza dei diversi livelli di governo. È un elemento particolarmente rilevante in un settore nel quale le condizioni del mercato immobiliare cambiano profondamente da una città all’altra. L’obiettivo della nuova normativa è quindi creare criteri comuni senza trasferire a Bruxelles la gestione delle politiche sulla casa.
La partita politica sulla crisi abitativa
Dietro il nuovo intervento europeo c’è anche una partita politica che dura da tempo. Il caro-affitti e il diritto alla casa erano infatti tra i temi sui quali i socialisti europei avevano insistito per sostenere il secondo mandato di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea. Il gruppo socialista aveva inoltre ottenuto la creazione di una commissione speciale sulle Politiche abitative, dando il via a un confronto più ampio sulla crisi degli alloggi. Il lavoro era stato sostenuto anche dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, attraverso un’alleanza con i sindaci europei.
















