Non illudiamoci: per quanto complicata sia, tra numeri, lettere, caratteri speciali, una password è sempre violabile. È solo una questione di tempo: quello che i software di hacking impiegano per intercettarla. Per fortuna c’è la biometria: la nostra impronta digitale, il nostro viso sono unici. E sono inviolab… ah, no: nel momento stesso in cui diventano un codice digitale, sono violabilissimi. Insomma: se ci siamo illusi che il sistema di crittografia dei sensori fosse inviolabile, è ora di fare un bagno di realtà. «All’Università di Tel Aviv sono bastati 9 volti sintetici realizzati dall’intelligenza artificiale per “bucare” il 64% degli oltre 13mila volti presenti nel Labeled Faces in the Wild», spiega a Economy Enrica Maria Angelone, Ceo di Wallife, startup insurtech focalizzata sui rischi – ancora sconosciuti e inesplorati – derivanti dall’utilizzo improprio delle nuove tecnologie. «La distanza tra gli occhi, le proporzioni del viso, sono dei passpartout. Una volta avuto accesso allo smartphone con FaceId, bastano pochi secondi per cambiare il pin e la password dell’Apple Id». Ed è come mettere le mani su un forziere, perché tutti, propri tutti, abbiamo sullo smartphone, oltre a fotografie e dati personali, l’app dell’home banking, se non il wallet con le carte di credito.

Certo, si può sempre provare a chiedere un rimborso, ma non è detto che venga elargito. «Non solo», sottolinea Angelone: «il dato italiano sulle sentenze dell’arbitrato bancario per le frodi, in sostanza il giudice ultimo al quale può rivolgersi chi si è visto rifiutare il rimborso, parla di appena un 50% che viene risarcito, per un valore medio di circa 5mila euro. Ancora oggi il 15% dei data breach deriva dal phishing e il 16% da una credenziale rubata». E poi ci sono i dati già negli archivi degli hacker, come quei 50 milioni di impronte digitali e di FaceId rubati nel 2019.

Ergo: considerando che secondo Juniper Research quest’anno circa 2,5 miliardi di miliardi di dollari passeranno attraverso pagamenti digitali autorizzati da autenticazioni biometriche, meglio pensarci per tempo. Come? Be’, semplice: assicurandosi. È proprio per questo che nel 2020 Fabio Bianchi ha fondato Wallife Spa, che possiede il 100% di Wallife Insurance Srl, l’agenzia assicurativa che si occupa dello sviluppo e commercializzazione delle polizze assicurative, e Wallife S.p.A., che si occupa dell’implementazione di infrastrutture tecnologiche a supporto delle soluzioni assicurative. «Le aree su cui investighiamo sono biometria, biohacking e genetics», spiega la Ceo Enrica Maria Angelone. «Se i nostri dati biometrici vengono rubati, la nostra identità digitale e la nostra reputazione potrebbero essere compromesse. Ma Wallife studia anche come i dati genetici possano essere manipolati attraverso il furto di cellule staminali, l’uso improprio e la conservazione del cordone ombelicale, il furto di Dna». In fondo, basta un mozzicone di sigaretta, o un bicchiere usato da cui ricavare il materiale genetico da inviare a una delle tante aziende di sequenziamento. Non solo: «anche i dispositivi medici come i defibrillatori, i pacemaker e gli impianti cocleari possono essere violati ed esposti a manomissioni a distanza». Per non parlare dei dati raccolti dalla wearable technology, come gli smart watch.

«Abbiamo due prodotti già sul mercato», chiarisce Angelone: «Wallife Genetics, un’assicurazione rivolta alle aziende, un’appendice sanitaria che rimborsa le spese mediche per la fecondità assistita, dato che un bambino costa fino a 24mila euro nell’ambito della sanità privata e non tutti se lo possono permettere; e Wallife Biometrics Id, che è un’assicurazione sulle credenziali del cellulare, comprese appunto quelle biometriche, che offre una copertura economica in caso di sinistri legati all’identità digitale». La polizza copre l’accesso non autorizzato e l’utilizzo fraudolento di conti correnti on-line, carte di credito, gli strumenti di pagamento digitali, i siti di e-commerce e la sottrazione illecita di fondi, ma anche il furto di identità digitale, il cyberbullismo, il cyberstalking, i danni alla reputazione online e le spese legali per difesa penale, o per richieste di risarcimento per danni subiti da terzi.

Se ancora non siete convinti, sappiate che il furto di identità digitale è sempre più frequente: secondo una recente ricerca Ipsos commissionata da Wallife, oltre un terzo degli italiani dichiara di essere stato vittima di un crimine digitale. Ma per proteggersi, basta un’app. «Grazie a una tecnologia proprietaria che sfrutta algoritmi di machine learning, l’app Wallife è in grado di rilevare più di 60 minacce legate a potenziali rischi per la sicurezza del dispositivo, della rete e delle app installate, garantendo così un elevato livello di protezione dell’identità digitale degli individui e di mitigazione del rischio. Inoltre, grazie a un sistema di rilevazione anti-phishing, l’app Wallife consente di verificare l’affidabilità di link, sms, e documenti. È una pillola di tecnologia senza essere invadente, una piccola iniezione di antivirus alla portata di tutti, dal bambino all’anziano», rimarca la Ceo di Wallife. «È proprio questo lo spirito che ci ha animato: renderla semplice e utilizzabile. Basta tenerla in background e impara a riconoscere un utilizzo del device non riconducibile al proprietario poi c’è un quiz educativo, mentre la funzione anti-phishing colora una barretta di verde o di rosso per segnalare eventuali rischi e la funzione Data breach segnala se si è stati in qualche modo “intercettati”».

Tutto questo ha un costo, perché è vero che Wallife ha raccolto  l’interesse di oltre 40 investitori, tra cui i fondi di venture capital United Ventures e Gellify, Antonio Assereto, Proximity Capital, Andrea Dini, di Aptafin, con un primo round di finanziamento, nell’agosto 2020, di  4,0 milioni di euro, e nel 2022 il complesso dei fondi sul tavolo ha toccato la ragguardevole cifra di 12 milioni di euro, ma da qui a vedere l’utile, come spesso accade nel caso delle startup, per quanto geniali, ce ne corre. Così, in attesa del principe azzurro – che vestirà, a seconda dei casi, i panni della Borsa, non necessariamente quella italiana, di un grande fondo di investimento o di un big player tecnologico – e sotto una salda governance espressione del founder, ma anche degli investitori, che comunque col loro 49% si sono riservati diritti di veto su decisioni cruciali come acquisizioni ed exit, qualcosa in cassa entra. «L’app si utilizza gratuitamente per tre mesi», chiarisce la Ceo di Wallife, «dopodiché il costo è abbinato alla polizza – si va dai 48 ai 120 euro annui per il retail, ndr -. Noi la distribuiamo in abbinamento con altri servizi, per esempio con Infocert abbinata a prodotti B2b2c come lo Spid, ed Esprinet, associata all’acquisto di smartphone e altri device. Ci rivolgiamo anche alle aziende per i propri dipendenti, stipulando accordi per piattaforme di welfare». Il segmento di mercato c’è tutto, con oltre 900 milioni di individui nel mondo vittime di un attacco hacker nell’ultimo anno e un miliardo e cento milioni di identità digitali violate, con conseguenti furti per oltre 170 miliardi di dollari, ed è destinato a crescere.