taglio cuneo fiscale

Alla fine del mese di luglio è prevista la riduzione del cuneo fiscale, obiettivo che l’Italia intende raggiungere in breve termine per agevolare le famiglie contro il forte carovita. Si parla di tagli a tempo di circa un punto sul cuneo fiscale per i redditi fino a 35 mila euro nel periodo compreso tra luglio e dicembre 2022 e dell’anticipo della rivalutazione delle pensioni. Il taglio del cuneo fiscale dovrebbe essere inserito nel decreto legge aiuti 2 e potrebbe andare a sostituire le misure che fin qui erano state annunciate, come la nuova edizione del bonus 200 euro o in alternativa il taglio dell’Iva su beni di largo consumo. Si tratta, tuttavia, di un intervento di natura temporanea che lascerà al nuovo governo formatosi dopo le elezioni del 25 settembre la possibilità di confermarlo o meno nella prossima legge di bilancio. Ma cos’è il cuneo fiscale e perchè è necessario ridurlo?

Il taglio del cuneo fiscale

Iniziano col dare una definizione scolastica del cuneo fiscale, da intendersi come la somma delle imposte – dirette, indirette e contributi previdenziali – che incidono sul costo del lavoro, sia per i datori di lavoro che per i lavoratori dipendenti, autonomi o liberi professionisti. Si tratta dunque del differenziale tra la retribuzione lorda versata dal datore di lavoro e il netto ricevuto dal lavoratore. Attraverso il cuneo fiscale è possibile individuare gli effetti della tassazione del costo del lavoro sul reddito dei lavorati, dell’occupazione e del mercato del lavoro.

Nel nostro Paese il cuneo fiscale è molto elevato, come dimostrato dai dati pubblicati dall’Ocse nel rapporto Taxing Wages del 2019. L’Italia, infatti, occupa il quinto posto nella lista dei 36 Paesi Ocse del 2021, dove il valore medio del cuneo fiscale è pari al 34,6%. Un lavoratore in Italia ha ad oggi un cuneo fiscale in pari a 46,5%, di cui il 15,3% composto dalle imposte personali sul reddito ed il restante 31,2% dai contributi previdenziali, questi ultimi in parte ricadenti sul lavoratore ed in parte sul datore di lavoro (rispettivamente nelle percentuali del 7,2% e 24%).

Cuneo fiscale, perché conviene ridurlo?

Appare evidente già dalla sola definizione di cuneo fiscale che un valore al ribasso del cuneo fiscale rappresenti un punto di forza per un Paese. Dove il lavoro costa meno – al dipendente e al datore – vi è una maggiore propensione alle assunzioni, così come una netta miglioria della qualità della vita dei lavoratori e delle proprie famiglie.

Ecco dunque che, specie in questa delicata fase, l’obiettivo di tagliare il cuneo fiscale appare quanto mai necessario. A chiedere da anni un intervento in tal senso sono sia i sindacati dei lavoratori che Confindustria, per vari motivi, primo tra tutti quello secondo cui la diminuzione del costo di lavoro permetterebbe alle imprese di incentivare l’occupazione, mentre una minore tassazione per i lavoratori aumenterebbe le loro risorse economiche da spendere e/o investire. Già nel 2019 se ne era parlato, ma in concreto sono state solo abbassate le tariffe Inail e la materia del costo del lavoro è rimasta invariata.