È ufficiale: il 2026 è l’anno dell’ottimismo, almeno per i vertici aziendali europei. Dopo un triennio di turbolenze economiche, incertezze geopolitiche e rivoluzioni tecnologiche, la prospettiva torna a farsi positiva. È quanto emerge dal nuovo Pulse of Change di Accenture, che fotografa uno stato d’animo in netta controtendenza rispetto alla prudenza che aveva dominato gli anni precedenti. Gli executive del continente non solo credono in una ripresa dei ricavi, ma guardano alla trasformazione digitale come al principale motore della crescita nei prossimi mesi.

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In particolare, il 91% dei leader europei si attende un aumento dei ricavi locali, cinque punti percentuali in più rispetto a quattro mesi fa. In Italia l’entusiasmo è ancora più marcato: l’86% dei dirigenti prevede un 2026 “di grande cambiamento”, mentre l’88% scommette su un incremento dei ricavi. Un ottimismo che si traduce in scelte concrete: il 92% delle imprese del nostro Paese prevede di aumentare gli investimenti nel comparto tecnologico, contro l’84% della media europea. Le aziende italiane, in altre parole, appaiono tra le più convinte della necessità di accelerare la trasformazione dei propri processi e modelli operativi per competere in mercati in rapida evoluzione.

Il report evidenzia anche un cambio di prospettiva: per l’80% dei dirigenti europei, gli investimenti digitali non servono più principalmente a ridurre i costi, ma a far crescere i ricavi. È il segnale di un salto di maturità, di un approccio che non vede più la tecnologia come leva di efficienza, ma come abilitatrice di valore e innovazione. L’Italia si inserisce pienamente in questa traiettoria. Accanto alla spinta sugli investimenti, infatti, le imprese mostrano una forte attenzione al capitale umano: il 57% dei leader italiani dichiara di voler puntare su programmi di formazione e aggiornamento delle competenze nel 2026, un dato nettamente superiore alla media europea del 46%.

Eppure, dietro la corsa all’innovazione, si apre un fronte di tensione e disallineamento tra vertici e dipendenti. Solo il 61% dei lavoratori europei afferma di percepire il potenziale trasformativo delle nuove tecnologie sull’attività aziendale, contro l’84% del management. La distanza non è solo culturale, ma anche informativa: appena il 14% dei dipendenti ritiene che i propri leader abbiano comunicato in modo chiaro come l’introduzione delle nuove tecnologie impatterà sui ruoli e sulle competenze richieste.

In questo scenario, l’Italia mostra una sfumatura diversa: il 40% dei dipendenti dichiara di saper utilizzare con sicurezza gli strumenti digitali e di saperne spiegare il funzionamento, contro una media europea del 25%. È un segnale di maggiore confidenza, ma che non elimina le incertezze legate al futuro del lavoro. Appena il 41% del campione europeo, infatti, si sente sicuro del proprio ruolo nei prossimi anni. La fiducia tecnologica, dunque, non coincide ancora con una serenità professionale.

Mauro Macchi, Ceo di Accenture per Europa, Medio Oriente e Africa, osserva che la sfida non è solo economica o tecnologica, ma profondamente umana: «Questa ricerca riflette chiaramente le priorità che emergono nel dialogo quotidiano con i clienti in tutta Europa, dove i leader intendono consolidare il percorso di trasformazione e stanno incrementando gli investimenti a supporto», afferma. «Lo studio evidenzia anche un tema critico: se non coinvolgiamo le persone, il pieno valore della tecnologia rimarrà inespresso. Non si tratta solo di sviluppare competenze tecniche, ma di creare la cultura necessaria per consentire all’intera forza lavoro di utilizzare la tecnologia con fiducia. Il vero divario non è tra chi ha competenze e chi non le ha, ma tra chi utilizza gli strumenti e chi è lasciato indietro».

Il messaggio è chiaro: l’accelerazione in corso potrà generare valore solo se accompagnata da un nuovo patto sociale tra imprese e lavoratori, fondato sulla condivisione di conoscenze e obiettivi. È un passaggio cruciale per un’Europa che entra in una fase di reinvenzione competitiva, e per un’Italia che, ancora una volta, dimostra la propria inclinazione a scommettere sul cambiamento.