Il web è come il diamante: è per sempre. C’è quando sentiamo l’impellente bisogno di immortalare il fritto misto nel piatto, quando non possiamo fare a meno di esternare le nostre opinioni, quando festeggiamo un risultato sportivo. Ma c’è anche quando ci candidiamo per una posizione lavorativa, quando cerchiamo finanziatori, quando tentiamo di allargare la nostra clientela. E alla prima ricerca inopportuna salta fuori quello che non vorremmo. «Ormai qualunque azienda, qualunque manager, qualunque professionista vive della sua fotografia digitale: qualsiasi azienda, persona, prodotto o situazione si approcci, la prima cosa che si fa è cercarla su Google», conferma a Economy Auro Palomba, founder e presidente di Community, da 20 anni azienda leader nel mondo del reputation management al fianco di importanti famiglie imprenditoriali italiane e di grandi gruppi internazionali, finanziari e industriali. Tra i suoi clienti figurano Atlantia, Moncler, Amadori, Cirio, Parmalat, Ilva, Guru… «Vent’anni fa mancava ancora una cultura dell’utilizzo di internet – per non parlare dei social, ndr – e moltissimi imprenditori non si sono occupati per tempo di costruire la propria identità digitale. Così, capita molto spesso che qualcuno non ci si ritrovi». E che sfumino operazioni come l’acquisizione da parte di un fondo, la quotazione in Borsa, un finanziamento bancario, l’ingresso di un nuovo socio: «Conosco imprenditori e anche fondi che non sono riusciti ad avere investitori perché qualche articolo vecchio sul web che li metteva in cattiva luce. Se qualcuno è stato indagato – o anche solo tirato in ballo da qualche giornalista, ndr – su internet si trova senz’altro l’articolo che lo dà per colpevole, ma mai la notizia dell’archiviazione o del proscioglimento».

Una conquista recente
La parola chiave è “deindicizzazione“: dal web non sempre si possono cancellare contenuti imbarazzanti, ma per lo meno di possono rendere meno accessibili. Facendo perdere le tracce ai motori di ricerca. Se oggi possiamo chiedere a Google e compagni di “dimenticarsi” di noi, lo dobbiamo a un cittadino spagnolo, Mario Costeja González, che nel 2010 chiese al colosso guidato oggi da Sundar Pichai di rimuovere o nascondere dai risultati di ricerca i dati personali relativi a crediti previdenziali presenti sul quotidiano La Vanguardia nel 1998. Sosteneva che la questione era stata risolta diversi anni prima e che il riferimento agli stessi era diventato irrilevante.

La Corte di giustizia dell’Unione Europea, quindi, con la pronuncia del 2014, reputò che il gestore di un motore di ricerca su internet è responsabile del trattamento dei dati personali che compaiono sulle pagine web pubblicate da altre fonti e che, pertanto, è tenuto a rispettare la legislazione che tutela le persone fisiche a tale riguardo (direttiva 95/46/CE). E stabilì che il gestore di un motore di ricerca potrebbe, laddove le informazioni siano ritenute inesatte, inadeguate, irrilevanti, non più pertinenti o eccessive ai fini del trattamento dei dati (ma non semplicemente perché sconvenienti per la persona interessata), essere costretto a rimuovere collegamenti a determinate pagine web dall’elenco dei risultati che compaiono quando si effettua la ricerca di un nome specifico: la deindicizzazione, appunto, altrimenti conosciuta coma diritto all’oblio.

La tentazione dell’oblio
Non fatevi illusioni: «Scomparire in quest’era in cui internet è così soverchiante non solo è impossibile, ma è anche vano», spiega a Economy Andrea Barchiesi, ingegnere elettronico prestato al marketing e alla comunicazione, founder (nel 2004) e a.d. di Reputation Manager – oggi, dopo la joint venture con Community, Reputation Science – , nonché autore del volume “La tentazione dell’oblio”: «e restare fermi, senza fare nulla, non solo è intuile, ma è anche controproducente. Se non compari non esisti». Il che non significa che non si possano eliminare dei pezzi. Ma si può comunque fare molto: «Attraverso l’ingegneria reputazionale, che parla il medesimo linguaggio tecnico della rete e dei motori di ricerca, è possibile plasmare, come fosse un edificio, la propria immagine», chiarisce Barchiesi. «Si parte dallo studio profondo di tutto quello che un’entità ha fatto – impresa, manager o professionista che sia – con una mappatura completa delle negatività presenti per poi, attraverso tecniche legali o mediazione, provvedere alla riduzione della massa disinformativa, facendo in modo che vengano cancellate e in parallelo inserire delle informazioni mancanti, come la partecipazione a un convegno importante e di rilievo. Niente è vecchio sulla rete: tutto dà l’impressione di essere attuale e vero, anche se si tratta di un curriculum di dieci anni prima o di un profilo LinkedIn falso».

Formule e algoritmi
L’ingegneria reputazionale è una vera e propria metodologia scientifica che il team di Reputation Science, un’ottantina tra esperti di comunicazione, ingegneri, consulenti di crisis management e analisti, applica in una vera e propria sala di controllo – battezzata come “Unium” – in grado di monitorare e gestire tutto il traffico digitale e dei flussi aziendali dei clienti, presidiando costantemente dati strategici aziendali e istituzionali. «In presenza di contenuti lesivi non pertinenti, o comunque lacunosi in termini di fondatezza, ci muoviamo con strumenti di tipo legale», puntualizza Barchiesi, «e attraverso la web forensic, siamo in grado di provare che, al momento della denuncia, un contenuto web lesivo o diffamatorio fosse online, e quindi produrre una prova certa, utilizzabile in giudizio». Perché è vero che c’è la privacy, o meglio il Gdpr, ma… indovinate chi è il giudice? Google.

«Perché la sentenza della Corte europea», sottolinea Barchiesi, «ha messo ricettore e giudice sulla stessa sedia. Per persone normali il tasso di successo è molto basso. Senza contare che il nostro diritto si scontra con quello internazionale e quello che da noi è diffamazione in America è diritto di cronaca».

Ma come si stima l’impatto di un contenuto online? «Ogni contenuto viene studiato su 104 parametri che vanno dal dominio (a partire da autorevolezza e possibile audience) al sentiment (criminale o benefattore), dalla presenza di tematiche sensibili come la diversity alle caratteristiche del testo (lungo, corto, il punto in cui si viene citati, se c’è una foto e com’è…). Anche il peso di un Tweet dipende dal momento in cui è stato pubblicato: l’1 di notte non vale come le 9 di mattina, il 15 agosto non vale come il 15 novembre». Ma quanto tempo ci può volere per “rifarsi” un’immagine digitale? «In generale un progetto di ricostruzione richiede otto mesi, ma i primi risultati si ottengono in tre mesi».

 

Caro Google, dimenticati di me

Trizioconsulting, Digitallex, Reputationup, e poi studi legali più o meno noti: basta digitare “diritto all’oblio” e spuntano come funghi aziende pronte a “ripulirvi” l’immagine, eliminando la pagina indesiderata… sempre che vi siano i presupposti per il diritto all’oblio, introdotto dalla legge n. 134/2021.

Ma è possibile tentare anche la strada del fai-da-te. Non è semplicissimo e, a dire la verità, paradossalmente – per un motore di ricerca – la cosa più complicata è trovare la pagina di accesso al centro di assistenza di Google dalla quale è possibile imbarcarsi in un fuoco di fila di domande alle quali rispondere – sentendosi chiedere ogni volta se la risposta è stata utile, nel tentativo, piuttosto esplicito, di chiudere la questione senza morti e feriti sul campo – prima di avere accesso alla procedura per la richiesta di rimozione di contenuti da servizi come la ricerca Google, Blogger/Blogspot, Google Maps, Google Play, YouTube, Drive, Google News eccetera. E se il contenuto si trova su più piattaforme, occorre inoltrare più richieste, inserendo in ciascuna nome, cognome, indirizzo e-mail, firma digitale e l’url incriminato. Bando alle illusioni, però: cliccando su “Invia” Google riceverà l’istanza, ma non è detto che l’accolga. Se la richiesta di rimozione otterrà esito positivo, l’url scomparirà da Google per 90 giorni… dopodiché quel link potrebbe apparire nuovamente nei risultati di ricerca. In alternativa è possibile inoltrare un reclamo al Garante per la privacy che, se accolto, potrebbe assegnare un termine perentorio per eseguire il provvedimento.

Se però non ricevete notizie entro 60 giorni dall’inoltro, significa che il ricorso è stato rifiutato. È per questo che conviene andare direttamente alla fonte (o quantomeno provarci), chiedendo direttamente al webmaster del sito di rimuovere il contenuto.

Anche perché non esiste solo Google: ci sono Yahoo, Bing, Baidu, Qwant, DuckDuckGo, Ask, Ecosia, Searchencrypt, Yandex. E i social network (che offrono la possibilità di segnalare un post, ma senza garanzia di rimozione): Twitter, Facebook, LinkedIn, Xing, LinkedIn, Snapchat, Tumblr, Pinterest, YouTube, Instagram, Vine, WhatsApp, Vk.com, Telegram… I forum: Reddit, Quora, Voat, 4Chan, Hacker News, StumbleUpon, Digg… Le recensioni online: Amazon, eBay, Foursquare, Pagine Gialle, TripAdvisor, Booking, Trivago, Play Store, Apple Store… Per non parlare di Deep e Dark Web. Ma a questo punto è melgio arrendersi a affidarsi a seri professionisti.